EDITORIALE - Catania, il campionato non perso a Benevento ma nel percorso
06-03-2026 08:56 - Campionato
Autore: Andrea Mazzeo
La sconfitta di Benevento non è soltanto un risultato. È una fotografia impietosa di un campionato che il Catania non ha perso al 40’ della ripresa del “Vigorito”, quando Mignani ha ribadito in rete la respinta di Dini. Sarebbe troppo semplice, e anche profondamente sbagliato, ridurre tutto a quell’episodio. Il campionato del Catania non è sfumato negli ultimi cinque minuti di una partita giocata bene. È figlio di un percorso balbettante, di una squadra spesso poco offensiva, imprecisa negli ultimi metri e incapace di trasformare il proprio potenziale in un dominio concreto.
Eppure la gara di Benevento racconta molto più di una semplice sconfitta. La sfida del “Vigorito”, preceduta dalle polemiche infinite per il divieto di trasferta imposto all’ultimo momento ai 1.400 tifosi etnei già in possesso di biglietto, ha mostrato una squadra viva, combattiva, per lunghi tratti superiore alla capolista. Non meritavano la sconfitta i rossazzurri, ma il Benevento mostra maggior cinismo e ottiene la vittoria anche grazie alla lettura impeccabile di Floro Flores che vale la promozione. Inutile nascondersi dietro ad un dito.
E proprio il cinismo è probabilmente la parola che più divide le due squadre. Perché nel momento decisivo della stagione il Benevento ha dimostrato una qualità fondamentale: saper trasformare le occasioni in gol pesanti. Il Catania invece ha continuato a sbattere contro un limite che si trascina ormai da mesi: la scarsa precisione sotto porta e una perenne sensazione di incompletezza negli ultimi metri.
La partita del “Vigorito” è stata emblematica. Il Catania parte forte, come già accaduto all’Arechi contro la Salernitana. Pressing alto, aggressività, ritmo. Al 22’ arriva il vantaggio, ma è effimero. Tre minuti dopo Lamesta disegna una punizione straordinaria che rimette tutto in equilibrio.
Da quel momento la partita cambia volto. Il Benevento capisce di poter gestire la gara con maggiore serenità. Il Catania continua a produrre gioco, ma non riesce mai a dare la sensazione di poter colpire davvero. Il limite più evidente resta quello dell’area avversaria: pochi uomini dentro i sedici metri, inserimenti dalla mediana quasi inesistenti, Lunetta spesso isolato come unico riferimento offensivo.
La squadra di Toscano produce energia, volontà, pressing. Ma manca la ferocia agonistica negli ultimi metri. E attenzione: aggressività non significa nervosismo. Il Catania, invece, ha spesso mostrato proprio questo difetto. Una tensione che si trasforma in imprecisione, in scarsa lucidità nelle scelte decisive, in conclusioni sbagliate o ritardate.
È una squadra che troppo spesso sembra vivere sul filo di lana. Come se non avesse mai piena consapevolezza dei propri mezzi. Il nervosismo affiora, e negli ultimi metri si traduce in assenza di lucidità.
Per questo sarebbe profondamente sbagliato dire che il campionato è stato perso a Benevento. Il campionato si è complicato molto prima. Il blackout arrivato dopo il 31 gennaio ha cambiato la stagione rossazzurra. Fino a quel momento il Catania era in vetta insieme al Benevento, reduce da una prestazione straordinaria contro il Cosenza. Poi qualcosa si è rotto.
Pareggio con il Cerignola, quello a Siracusa, lo 0-0 di Salerno, fino alla sconfitta nello scontro diretto. Risultati che hanno costruito lentamente un distacco diventato oggi di dieci punti. Un divario che chiude definitivamente la corsa al primato.
Il Benevento, nel quadro complessivo della stagione, ha meritato la promozione. Nel momento decisivo del campionato la squadra di Floro Flores ha mostrato una migliore attitudine offensiva, una mentalità più solida e una capacità superiore di costruire risultati pesanti.
Il rammarico del Catania resta enorme. Perché affidare il proprio destino a una partita da vincere a tutti i costi conduce spesso a questo tipo di epilogo.
Resta comunque l’onore delle armi per una squadra che al “Vigorito” ha lottato con grinta e dignità. Quaini è stato instancabile, Lunetta ha trovato il gol del vantaggio, Pieraccini ha tenuto testa con durezza al pericoloso Lamesta. Accanto a queste note positive, però, non sono mancate le défaillance: Dini incerto su entrambe le reti, Casasola meno brillante del solito, Di Noia in difficoltà contro il giovane Prisco.
Nella ripresa Toscano prova a cambiare la partita. Inserisce Di Tacchio per dare maggiore equilibrio alla mediana e poi tenta il tutto per tutto con il 4-2-4: D’Ausilio, Caturano, Lunetta e Bruzzaniti insieme. È il segnale di una squadra che vuole vincere a ogni costo. Ma il forcing finale apre inevitabilmente spazi.
Il Benevento ne approfitta. Prima Kouan sfiora il gol, poi arriva l’episodio decisivo: Mignani ribadisce in rete una respinta corta di Dini.
Game over.
Ma il vero punto della riflessione va oltre la partita. Perché questo Catania, pur forte e costruito per il primato, non è mai riuscito a fare il definitivo salto di qualità.
Il gioco di Toscano, inutile nasconderlo, piace a pochi. Ma su questo si potrà discutere con serenità solo dopo i play off. Anche perché il problema non è soltanto tattico. Anche l’organico messo a disposizione poteva essere costruito con maggiore attenzione.
Il mercato di riparazione, ad esempio, lascia interrogativi. Perché investire cifre importanti su Bruzzaniti, giocatore di talento ma che a Catania sembra essersi bruciato sotto la guida del tecnico calabrese? Perché non arrivare al famoso regista che avrebbe dato equilibrio alla manovra? Perché inserire un Cargnelutti praticamente mai visto in campo?
Sono domande legittime. E raccontano la sensazione che dopo l’inizio del 2026 il giocattolo si sia improvvisamente rotto.
Adesso però il tempo delle analisi dovrà lasciare spazio alla responsabilità. Perché la stagione non è finita. E perdere anche i play off rappresenterebbe una vera Caporetto sportiva.
Il Catania non ha perso il treno del primo posto a Benevento. Ma a Benevento ha capito definitivamente che quel treno è passato.
Ora tocca al club guidato da Ross Pelligra ricompattare l’ambiente, riannodare il filo spezzato e indicare la rotta giusta verso i play off. Una certezza, guardando le ultime trasferte, resta: se il Catania è quello visto a Salerno e a Benevento, le possibilità di giocarsi fino in fondo gli spareggi esistono.
Servirà però tenere la barra dritta fisicamente e mentalmente fino alla fine. Perché i play off sono sempre un grande terno al lotto.
E in quel terno, per vincere, servirà qualcosa che finora è mancato: la mentalità vincente. Quella che spesso nasce dalla panchina, ma che deve vivere soprattutto nella testa dei giocatori.
Senza quella, i campionati difficilmente si portano a casa. Anche quando la squadra è forte abbastanza per provarci davvero.
La sconfitta di Benevento non è soltanto un risultato. È una fotografia impietosa di un campionato che il Catania non ha perso al 40’ della ripresa del “Vigorito”, quando Mignani ha ribadito in rete la respinta di Dini. Sarebbe troppo semplice, e anche profondamente sbagliato, ridurre tutto a quell’episodio. Il campionato del Catania non è sfumato negli ultimi cinque minuti di una partita giocata bene. È figlio di un percorso balbettante, di una squadra spesso poco offensiva, imprecisa negli ultimi metri e incapace di trasformare il proprio potenziale in un dominio concreto.
Eppure la gara di Benevento racconta molto più di una semplice sconfitta. La sfida del “Vigorito”, preceduta dalle polemiche infinite per il divieto di trasferta imposto all’ultimo momento ai 1.400 tifosi etnei già in possesso di biglietto, ha mostrato una squadra viva, combattiva, per lunghi tratti superiore alla capolista. Non meritavano la sconfitta i rossazzurri, ma il Benevento mostra maggior cinismo e ottiene la vittoria anche grazie alla lettura impeccabile di Floro Flores che vale la promozione. Inutile nascondersi dietro ad un dito.
E proprio il cinismo è probabilmente la parola che più divide le due squadre. Perché nel momento decisivo della stagione il Benevento ha dimostrato una qualità fondamentale: saper trasformare le occasioni in gol pesanti. Il Catania invece ha continuato a sbattere contro un limite che si trascina ormai da mesi: la scarsa precisione sotto porta e una perenne sensazione di incompletezza negli ultimi metri.
La partita del “Vigorito” è stata emblematica. Il Catania parte forte, come già accaduto all’Arechi contro la Salernitana. Pressing alto, aggressività, ritmo. Al 22’ arriva il vantaggio, ma è effimero. Tre minuti dopo Lamesta disegna una punizione straordinaria che rimette tutto in equilibrio.
Da quel momento la partita cambia volto. Il Benevento capisce di poter gestire la gara con maggiore serenità. Il Catania continua a produrre gioco, ma non riesce mai a dare la sensazione di poter colpire davvero. Il limite più evidente resta quello dell’area avversaria: pochi uomini dentro i sedici metri, inserimenti dalla mediana quasi inesistenti, Lunetta spesso isolato come unico riferimento offensivo.
La squadra di Toscano produce energia, volontà, pressing. Ma manca la ferocia agonistica negli ultimi metri. E attenzione: aggressività non significa nervosismo. Il Catania, invece, ha spesso mostrato proprio questo difetto. Una tensione che si trasforma in imprecisione, in scarsa lucidità nelle scelte decisive, in conclusioni sbagliate o ritardate.
È una squadra che troppo spesso sembra vivere sul filo di lana. Come se non avesse mai piena consapevolezza dei propri mezzi. Il nervosismo affiora, e negli ultimi metri si traduce in assenza di lucidità.
Per questo sarebbe profondamente sbagliato dire che il campionato è stato perso a Benevento. Il campionato si è complicato molto prima. Il blackout arrivato dopo il 31 gennaio ha cambiato la stagione rossazzurra. Fino a quel momento il Catania era in vetta insieme al Benevento, reduce da una prestazione straordinaria contro il Cosenza. Poi qualcosa si è rotto.
Pareggio con il Cerignola, quello a Siracusa, lo 0-0 di Salerno, fino alla sconfitta nello scontro diretto. Risultati che hanno costruito lentamente un distacco diventato oggi di dieci punti. Un divario che chiude definitivamente la corsa al primato.
Il Benevento, nel quadro complessivo della stagione, ha meritato la promozione. Nel momento decisivo del campionato la squadra di Floro Flores ha mostrato una migliore attitudine offensiva, una mentalità più solida e una capacità superiore di costruire risultati pesanti.
Il rammarico del Catania resta enorme. Perché affidare il proprio destino a una partita da vincere a tutti i costi conduce spesso a questo tipo di epilogo.
Resta comunque l’onore delle armi per una squadra che al “Vigorito” ha lottato con grinta e dignità. Quaini è stato instancabile, Lunetta ha trovato il gol del vantaggio, Pieraccini ha tenuto testa con durezza al pericoloso Lamesta. Accanto a queste note positive, però, non sono mancate le défaillance: Dini incerto su entrambe le reti, Casasola meno brillante del solito, Di Noia in difficoltà contro il giovane Prisco.
Nella ripresa Toscano prova a cambiare la partita. Inserisce Di Tacchio per dare maggiore equilibrio alla mediana e poi tenta il tutto per tutto con il 4-2-4: D’Ausilio, Caturano, Lunetta e Bruzzaniti insieme. È il segnale di una squadra che vuole vincere a ogni costo. Ma il forcing finale apre inevitabilmente spazi.
Il Benevento ne approfitta. Prima Kouan sfiora il gol, poi arriva l’episodio decisivo: Mignani ribadisce in rete una respinta corta di Dini.
Game over.
Ma il vero punto della riflessione va oltre la partita. Perché questo Catania, pur forte e costruito per il primato, non è mai riuscito a fare il definitivo salto di qualità.
Il gioco di Toscano, inutile nasconderlo, piace a pochi. Ma su questo si potrà discutere con serenità solo dopo i play off. Anche perché il problema non è soltanto tattico. Anche l’organico messo a disposizione poteva essere costruito con maggiore attenzione.
Il mercato di riparazione, ad esempio, lascia interrogativi. Perché investire cifre importanti su Bruzzaniti, giocatore di talento ma che a Catania sembra essersi bruciato sotto la guida del tecnico calabrese? Perché non arrivare al famoso regista che avrebbe dato equilibrio alla manovra? Perché inserire un Cargnelutti praticamente mai visto in campo?
Sono domande legittime. E raccontano la sensazione che dopo l’inizio del 2026 il giocattolo si sia improvvisamente rotto.
Adesso però il tempo delle analisi dovrà lasciare spazio alla responsabilità. Perché la stagione non è finita. E perdere anche i play off rappresenterebbe una vera Caporetto sportiva.
Il Catania non ha perso il treno del primo posto a Benevento. Ma a Benevento ha capito definitivamente che quel treno è passato.
Ora tocca al club guidato da Ross Pelligra ricompattare l’ambiente, riannodare il filo spezzato e indicare la rotta giusta verso i play off. Una certezza, guardando le ultime trasferte, resta: se il Catania è quello visto a Salerno e a Benevento, le possibilità di giocarsi fino in fondo gli spareggi esistono.
Servirà però tenere la barra dritta fisicamente e mentalmente fino alla fine. Perché i play off sono sempre un grande terno al lotto.
E in quel terno, per vincere, servirà qualcosa che finora è mancato: la mentalità vincente. Quella che spesso nasce dalla panchina, ma che deve vivere soprattutto nella testa dei giocatori.
Senza quella, i campionati difficilmente si portano a casa. Anche quando la squadra è forte abbastanza per provarci davvero.









