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Catania, niente drammi ma i problemi emersi contro l’Inter vanno corretti

24-08-2026 13:30 - Campionato
Autore: Andrea Mazzeo

Una sconfitta alla prima giornata non può diventare una sentenza. Sarebbe superficiale trasformare il 2-1 contro l’Inter U23 in un processo definitivo a una squadra ancora in costruzione, con un allenatore nuovo, diversi interpreti da inserire e un mercato che deve ancora completare alcuni tasselli fondamentali. Ma sarebbe altrettanto sbagliato voltarsi dall’altra parte e ridurre tutto alla classica frase secondo cui "siamo soltanto alla prima". Il campionato è lungo, certamente. Proprio per questo, però, gli errori emersi al debutto vanno individuati e affrontati immediatamente.

Il problema principale non è aver perso contro l’Inter U23. Nel calcio può succedere, anche contro una squadra giovanissima e alla prima esperienza nel Girone C. A preoccupare maggiormente sono stati alcuni tratti della prestazione, soprattutto perché hanno coinvolto contemporaneamente diversi reparti. Il blackout del finale di primo tempo non è stato soltanto difensivo: è sembrato un blackout generale, tecnico e mentale. Fino al gol di Maye il Catania aveva controllato territorialmente la gara, pur senza costruire abbastanza. Dopo lo 0-1, invece, per alcuni minuti è venuta meno quella capacità di restare dentro la partita che Longo aveva indicato come uno dei principi fondamentali del suo progetto.

Le responsabilità sulle reti non possono essere scaricate esclusivamente sui centrali. Ierardi e Perrotta hanno sofferto, la marcatura sul calcio d’angolo del vantaggio nerazzurro è stata evidentemente sbagliata e l’intesa del reparto è ancora da costruire. Ma sarebbe troppo semplice fermarsi lì. Una squadra che vuole mantenere un baricentro alto, occupare stabilmente la metà campo avversaria e costruire attraverso un possesso prolungato deve essere perfettamente sincronizzata quando perde il pallone. Se la pressione preventiva non funziona, se il centrocampo non protegge e se le distanze si allungano, i difensori vengono inevitabilmente esposti a corse all’indietro che diventano ancora più complicate contro avversari giovani e veloci come quelli di Vecchi.

È anche per questo che il lavoro di Longo non può riguardare soltanto il miglioramento individuale della coppia centrale. Servono automatismi collettivi, letture preventive e una maggiore capacità di capire quando accelerare e quando, invece, consolidare il possesso senza offrire transizioni gratuite. Il secondo gol dell’Inter è arrivato proprio dentro il momento peggiore della partita rossazzurra, quando il Catania aveva smesso di governare ciò che stava accadendo.

Ma se dietro ci sono problemi da correggere, davanti il quadro non è meno evidente. Il Catania ha avuto il pallone molto più dell’Inter, ha occupato a lungo la trequarti avversaria e ha battuto diversi calci d’angolo. Tutto questo, però, non si è trasformato in una quantità proporzionata di occasioni nitide. È il limite che si era già intravisto contro il Parma: il possesso può essere interessante per sviluppare un’identità, ma diventa sterile se non produce accelerazioni, uno contro uno, attacchi alla profondità e soprattutto conclusioni.

Cicerelli continua a essere l’uomo dal quale passa quasi tutto. Ed è contemporaneamente una garanzia e un problema da risolvere. Una garanzia perché il numero 10 resta il calciatore più capace di inventare, saltare un avversario e creare una superiorità tecnica. Un problema perché il Catania non può dipendere in maniera così evidente da lui. Soprattutto, a mio avviso, Cicerelli non può essere costretto a giocare così largo e così lontano dalla porta per tutta la gara. Se deve continuamente ricevere quasi sulla linea laterale, partire da fermo e superare uno o due uomini prima di entrare nella zona realmente pericolosa, si finisce per sprecare parte del suo talento.

Cicerelli deve poter entrare maggiormente dentro il campo, avvicinarsi alla porta, dialogare con la punta e ricevere negli ultimi venticinque metri. Perché questo accada, però, serve che la fascia venga occupata con continuità dal terzino e che dall’altra parte esista una minaccia altrettanto credibile. Ed è proprio qui che la prestazione di ieri ha mostrato forse una delle lacune tattiche più evidenti.

Il lato destro è rimasto troppo spesso completamente fuori dal gioco. Liguori è stato coinvolto poco, Pagliai ha spinto con grande prudenza e la manovra ha finito inevitabilmente per inclinarsi verso sinistra, dove c’era Cicerelli. Una squadra che vuole dominare attraverso il possesso non può permettersi di essere così facilmente leggibile. Se l’avversario sa che la costruzione offensiva terminerà quasi sempre sullo stesso lato, può scivolare con maggiore facilità, raddoppiare il giocatore più pericoloso e chiudere gli spazi centrali.

Non si tratta di imporre una distribuzione matematica del pallone tra le due corsie. Si tratta di costruire una minaccia reale anche sull’out destro. Bruzzaniti, Liguori, Raimo e chiunque sarà utilizzato da quella parte devono diventare parte integrante dello sviluppo, non semplicemente uomini che aspettano che l’azione arrivi. Anche perché soltanto allargando realmente il campo sarà possibile liberare spazi per Jimenez, per gli inserimenti delle mezzali e per il centravanti.

L’ingresso di Russo ha mostrato quanto possa essere importante avere un attaccante che interpreta l’azione con immediatezza. Ha tirato appena ne ha avuto l’occasione, ha attaccato l’area e ha segnato. Un comportamento elementare, quasi banale, ma proprio per questo significativo rispetto a un Catania che nel primo tempo ha cercato troppe volte un passaggio in più. Con l’arrivo di Coda aumenteranno esperienza, presenza e probabilmente cinismo, ma pensare che il solo ingresso dell’ex Sampdoria possa correggere automaticamente tutto sarebbe un errore. Se il pallone continuerà ad arrivare lentamente negli ultimi metri, anche il centravanti più esperto diventerà meno pericoloso.

Poi c’è Emilio Longo. La prima sconfitta non può definire il valore del nuovo tecnico, ma qualcosa sulla sua personalità lo ha già raccontato. In conferenza stampa non ha cercato rifugi. Non ha utilizzato il mercato come alibi, non ha scaricato le responsabilità sui giocatori e non ha fatto finta che la prestazione fosse migliore di quella vista. Ha detto chiaramente che la squadra ha giocato sotto livello e, soprattutto, ha indicato se stesso come primo responsabile.

Longo non le manda a dire, e questo è già un segnale. Può piacere o meno qualche risposta, può apparire pungente quando considera una domanda poco opportuna, ma almeno espone un pensiero e se ne assume le conseguenze. In una piazza come Catania, dove ogni parola viene analizzata e ogni prestazione moltiplicata dall’attenzione dell’ambiente, questa capacità comunicativa può diventare una risorsa importante. Naturalmente, da sola non basta. Il calcio rimane un mestiere nel quale alla fine parlano i risultati e la qualità del lavoro quotidiano.

Per questo non bisogna fasciarsi la testa. Siamo alla prima giornata, la rosa non è completa, Coda deve ancora diventare effettivamente una risorsa e il centrocampo necessita ancora di interventi. Ma non bisogna neppure coprirsi gli occhi. La difesa deve acquisire sicurezza, la squadra deve imparare a non disunirsi dopo un episodio negativo, il possesso deve diventare più rapido e verticale, Cicerelli deve essere messo nelle condizioni di incidere più vicino alla porta e la fascia destra deve smettere di essere un territorio quasi marginale.

La buona notizia è che i problemi sono emersi subito. Quella cattiva sarebbe considerarli soltanto incidenti di percorso e aspettare che si risolvano da soli.

Il campionato non si decide ad agosto. Ma spesso è proprio ad agosto che si capisce su cosa bisogna lavorare per non comprometterlo più avanti.