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Rolfini, il “Cobra” che ha già conquistato Catania senza bisogno del gol

13-01-2026 07:35 - Campionato
Autore: Redazione

Non ha ancora trovato il gol, ma Alex Rolfini è già entrato nel lessico emotivo del Catania. Il pubblico lo ha adottato per ciò che rappresenta prima ancora che per ciò che segna: corsa continua, disponibilità totale, spirito di sacrificio. Un attaccante che vive la partita come una battaglia quotidiana e che, anche senza finire sul tabellino, riesce a lasciare un’impronta evidente. È questo il motivo per cui le sue movenze, il suo modo di stare in campo e quell’aria sempre dentro la gara hanno acceso la curiosità e la simpatia dei tifosi.

Nell’intervista concessa in esclusiva a La Sicilia, Rolfini racconta il suo approdo a Catania come una scelta naturale, quasi inevitabile. La chiamata non ha richiesto riflessioni profonde: “La chiamata è arrivata presto. E avevo già i bagagli pronti. Cosa si può rispondere se ti sceglie il Catania?”. Parole che spiegano meglio di qualsiasi analisi cosa rappresenti questa piazza per chi fa calcio, soprattutto per chi, come lui, non aveva mai spinto la propria carriera così a sud.

Il tema del gol mancato non lo turba. O meglio, non lo mette al centro. Rolfini ribadisce un concetto chiaro: “Non vivo drammi, purché vinca il gruppo”. Anche quando il riferimento va alla partita di Potenza, la prospettiva resta collettiva: “Dico solo che ci mancano quei due punti a prescindere se il gol l’abbia segnato io”. E sul rigore discusso nel finale, emerge la stima reciproca all’interno dello spogliatoio: “Mi fa piacere che Caturano abbia detto che, comunque, l’avrei tirato io”.

Nel reparto offensivo la concorrenza è numerosa, ma non logora. Al contrario, viene vissuta come una risorsa. Rolfini non ha dubbi quando gli si chiede se sia possibile essere amici pur giocando nello stesso ruolo: “Tolga il punto di domanda. Lo siamo”. E aggiunge una riflessione che racconta bene il clima che si respira: “Chiaro che se decidi di giocare a Catania sai benissimo che dovrai lottare con due o tre concorrenti forti. Qui siamo in sei o sette, ma di base ci sono due elementi cardine”. L’amicizia fuori dal campo e l’ambizione di vincere sono, per lui, le fondamenta del gruppo.

Con Toscano il dialogo passa soprattutto dal lavoro quotidiano. “Più che parlare lavoriamo. Sono certo dei miei mezzi, tutti i giorni cerco di dare il massimo”, spiega l’attaccante, che ha costruito la propria carriera senza salti improvvisi, partendo dall’Eccellenza fino ad arrivare a imporsi in Serie C. Un percorso che non rinnega, anzi rivendica con forza: “All’inizio della carriera ho pensato a divertirmi senza l’obiettivo di arrivare chissà dove. Ho sempre voluto fare il calciatore ma non facevo programmi”. Le categorie minori, per lui, sono state formative anche sul piano umano: “Mi porto le esperienze in Eccellenza e in Serie D come una palestra di vita. E glielo confermo con orgoglio”.

Parallelamente allo sviluppo sportivo, Rolfini ha curato anche quello personale. “Diploma di Geometra, laurea in Scienze Motorie”, racconta, ricordando poi l’anno di Ancona come uno dei più significativi: “Uscimmo alla prima dei play off, ma personalmente è stato un anno perfetto. Ho segnato in qualsiasi modo, anche in acrobazia”. Un’esperienza che oggi si intreccia con il presente anche attraverso piccoli incroci del destino: “Lì ho conosciuto il magazziniere Alessandro Ammendola che adesso ho ritrovato a Catania”.

Lo sguardo si sposta poi sulla lotta al vertice, che Rolfini non riduce a un semplice duello: “Tutti vogliono vincere, ma Salernitana, Casarano e soprattutto il Cosenza che ha un gruppo rodato con molti reduci dalla Serie B, sono sempre in corsa”. In questo contesto, il fattore ambientale diventa decisivo. “Le famiglie allo stadio che indossano le maglie di gara mi esaltano, c’è stato un incremento di presenze, l’entusiasmo è alto. Un motivo in più per scappare dalla Serie C”.

La prossima tappa è Monopoli, campo tradizionalmente ostico. “Avversario che gioca, forte, fa bene in Serie C da anni, tiene sempre una posizione di vertice. Dobbiamo essere pazienti e vincere con le nostre armi”. Che sia dall’inizio o a gara in corso, il suo atteggiamento non cambia: “Guardo, ascolto, imparo in silenzio. Mi applico per la squadra. Entrare in corsa non è mai facile, vuol dire che devi risolvere qualcosa. Entro e do tutto quello che ho”.

Il soprannome “Cobra” lo accompagna ormai ovunque. “Il diesse dell’Ancona, Micciola, in un’intervista mi chiamò così e sono diventato ‘Cobra’. Mi va anche bene”. Così come gli va bene il rapporto che si sta costruendo con il pubblico, suggellato dal giro di campo e dagli applausi a fine gara: “Aspettiamo sempre il momento. Siamo noi a ringraziare per il sostegno, innanzitutto. Questi fine gara ci fanno emozionare, ci danno la carica per la sfida successiva”.