Editoriale: il Catania è sparito da mesi, Ascoli è solo il conto finale
25-05-2026 08:55 - Campionato
Autore: Andrea Mazzeo
C'è un errore che il popolo rossazzurro non deve commettere. Pensare che il Catania abbia perso la stagione ad Ascoli. Pensare che il 4-0 del Del Duca rappresenti il punto più basso di un percorso che fino a ieri conservava ancora una logica e una speranza. Non è così. Quella andata in scena nelle Marche non è stata una tragedia improvvisa, né un incidente di percorso, né tantomeno una serata storta. È stata semplicemente la fotografia più nitida e brutale di una realtà che esiste da mesi e che troppi hanno provato a ignorare.
Il Catania non è crollato ad Ascoli. Il Catania è sparito molto tempo prima.
Da quando la squadra ha perso il primato al giro di boa, la sua parabola è stata quella di una formazione che ha progressivamente smarrito identità, convinzione e risultati. I numeri, come spesso accade, raccontano una verità persino più dura delle opinioni. L'ultima vittoria al Massimino risale al 22 febbraio contro il Giugliano. Da allora, nello stadio che avrebbe dovuto rappresentare una fortezza, il Catania non è più riuscito a conquistare i tre punti. L'ultimo successo in assoluto è quello ottenuto a Latina, una gara vinta in maniera rocambolesca e fortunata che già allora lasciava intravedere più problemi che certezze. Da quel giorno, il nulla.
Ancora più inquietante è un altro dato: dal ritorno di Toscano in panchina il Catania non ha mai vinto. Non una volta. Eppure si continua a raccontare il disastro di Ascoli come se fosse un episodio isolato, quando invece rappresenta soltanto l'inevitabile epilogo di una squadra che da mesi produce prestazioni insufficienti e risultati da zona playout piuttosto che da candidata alla promozione.
Per questo motivo il 4-0 non sorprende. Umilia, ferisce, fa arrabbiare, ma non sorprende. Sorprenderebbe semmai il contrario. Sorprenderebbe vedere una squadra capace di imporre il proprio gioco, di dominare un avversario, di trasmettere la sensazione di essere realmente costruita per la Serie B. Tutte caratteristiche che il Catania ha mostrato soltanto a sprazzi nella prima parte della stagione e che poi sono progressivamente scomparse.
Ad Ascoli si è vista la sintesi perfetta di questo declino. Toscano ha scelto di affrontare una semifinale playoff rinunciando praticamente a giocare. Una squadra schierata costantemente dietro la linea del pallone, senza pressione alta, senza aggressività, senza la minima intenzione di contendere il controllo della partita agli avversari. Prudenza? Realismo? No. Quello visto al Del Duca è sembrato piuttosto un atteggiamento rinunciatario, quasi una resa preventiva. E il dato del possesso palla sfiorato dall'Ascoli, arrivato in alcuni momenti attorno all'80%, certifica in maniera impietosa ciò che gli occhi avevano già raccontato.
Nel calcio si può perdere contro un avversario più forte. È successo e succederà ancora. Ma consegnargli il pallone, il campo e l'iniziativa dal primo all'ultimo minuto significa rinunciare in partenza a qualsiasi ambizione. L'Ascoli ha giocato, il Catania ha inseguito. L'Ascoli ha costruito, il Catania ha subito. L'Ascoli ha creduto nella vittoria, il Catania ha sperato di limitarne le dimensioni.
E la differenza tra le due squadre non è stata soltanto tattica. È stata soprattutto mentale e strutturale. Da una parte una formazione giovane, intensa, aggressiva, affamata di Serie B. Dall'altra una squadra che, leggendo semplicemente la distinta, trasmetteva l'impressione opposta. Esperienza e leadership sono valori importanti, ma diventano inutili se non accompagnati da energia, entusiasmo e fame sportiva. Guardando l'Ascoli si percepiva una squadra che vede nella promozione un trampolino di lancio per la propria carriera. Guardando il Catania si vedevano troppi giocatori nella fase finale del proprio percorso professionale.
È una riflessione scomoda, ma inevitabile. Perché una società che vuole davvero costruire il proprio futuro può affidarsi quasi esclusivamente a un gruppo di calciatori vicini alla conclusione della carriera? Quale margine di crescita può avere una rosa costruita in questo modo? E soprattutto, quale intensità può garantire nel momento decisivo della stagione?
Le stesse parole pronunciate recentemente da Toscano sembrano confermare questa sensazione. Più volte il tecnico ha parlato di squadra stanca, affaticata, arrivata al limite delle proprie energie. Un'ammissione che però apre inevitabilmente un'altra domanda. Se il gruppo è davvero cotto, perché continuare a utilizzare sempre gli stessi uomini? Perché lasciare sistematicamente ai margini giocatori che avrebbero potuto offrire freschezza atletica e motivazioni differenti?
Il caso di Cargnelutti, Raimo, Di Noia e Bruzzaniti è emblematico. Tre di loro sono arrivati durante il mercato di gennaio, una sessione che col passare delle settimane assume sempre più i contorni di un'operazione incomprensibile. Acquisti che avrebbero dovuto aumentare le alternative e che invece sono rimasti quasi sempre spettatori. Giocatori presi per non giocare. Una contraddizione che racconta meglio di qualsiasi dichiarazione le difficoltà di programmazione vissute dal club negli ultimi mesi.
Difficoltà che non nascono certo ieri. L'esonero del direttore sportivo Pastore, la scelta di affidare la squadra a Viali, il successivo dietrofront con il ritorno di Toscano, la gestione di un mercato di riparazione che non ha inciso minimamente sull'andamento della squadra. Tutti tasselli che compongono un mosaico confuso e che restituiscono l'immagine di una società incapace di trovare una linea tecnica chiara e coerente.
Per questo cercare oggi un singolo colpevole sarebbe un esercizio inutile. Non esiste un responsabile unico. Esiste piuttosto una somma di errori che ha progressivamente allontanato il Catania dagli obiettivi prefissati. Errori di costruzione della rosa, di gestione tecnica, di programmazione e di valutazione.
La sensazione è che il vero miracolo sportivo non sarebbe ribaltare il 4-0 dell'andata. Quello appartiene ormai alla categoria degli eventi cosmici. Il vero miracolo sarebbe riuscire a comprendere come una società dotata di risorse economiche importanti, di una tifoseria straordinaria e di strutture superiori alla media della categoria sia riuscita, per il secondo anno consecutivo, a fallire l'obiettivo della promozione mostrando evidenti carenze dirigenziali e organizzative.
Mercoledì resta una partita da onorare. Nessuno pretende una rimonta impossibile. Nessuno chiede imprese che il campo, oggi, rende quasi irrealistiche. Ma Catania merita rispetto. Merita una squadra che giochi con orgoglio, che lotti su ogni pallone e che eviti di ripetere pagine umilianti come quella vissuta anni fa nella disastrosa eliminazione di Coppa Italia contro il Trapani. Perché il risultato può essere perdonato. La mancanza di dignità sportiva no.
Poi arriverà il tempo dei bilanci. E a quel punto non serviranno più giustificazioni, alibi o analisi di circostanza. Servirà una rivoluzione profonda. Non qualche ritocco marginale, non un semplice cambio di interpreti. Una revisione radicale di uomini, idee e strategie. Perché il rischio concreto è che il prossimo campionato di Serie C sia ancora più difficile di quello appena concluso. E perché continuare a ignorare i problemi significherebbe soltanto rinviare l'ennesima delusione.
Ascoli non ha distrutto il Catania. Ascoli ha semplicemente tolto il velo a una crisi che dura da troppo tempo. E che adesso non può più essere nascosta.
C'è un errore che il popolo rossazzurro non deve commettere. Pensare che il Catania abbia perso la stagione ad Ascoli. Pensare che il 4-0 del Del Duca rappresenti il punto più basso di un percorso che fino a ieri conservava ancora una logica e una speranza. Non è così. Quella andata in scena nelle Marche non è stata una tragedia improvvisa, né un incidente di percorso, né tantomeno una serata storta. È stata semplicemente la fotografia più nitida e brutale di una realtà che esiste da mesi e che troppi hanno provato a ignorare.
Il Catania non è crollato ad Ascoli. Il Catania è sparito molto tempo prima.
Da quando la squadra ha perso il primato al giro di boa, la sua parabola è stata quella di una formazione che ha progressivamente smarrito identità, convinzione e risultati. I numeri, come spesso accade, raccontano una verità persino più dura delle opinioni. L'ultima vittoria al Massimino risale al 22 febbraio contro il Giugliano. Da allora, nello stadio che avrebbe dovuto rappresentare una fortezza, il Catania non è più riuscito a conquistare i tre punti. L'ultimo successo in assoluto è quello ottenuto a Latina, una gara vinta in maniera rocambolesca e fortunata che già allora lasciava intravedere più problemi che certezze. Da quel giorno, il nulla.
Ancora più inquietante è un altro dato: dal ritorno di Toscano in panchina il Catania non ha mai vinto. Non una volta. Eppure si continua a raccontare il disastro di Ascoli come se fosse un episodio isolato, quando invece rappresenta soltanto l'inevitabile epilogo di una squadra che da mesi produce prestazioni insufficienti e risultati da zona playout piuttosto che da candidata alla promozione.
Per questo motivo il 4-0 non sorprende. Umilia, ferisce, fa arrabbiare, ma non sorprende. Sorprenderebbe semmai il contrario. Sorprenderebbe vedere una squadra capace di imporre il proprio gioco, di dominare un avversario, di trasmettere la sensazione di essere realmente costruita per la Serie B. Tutte caratteristiche che il Catania ha mostrato soltanto a sprazzi nella prima parte della stagione e che poi sono progressivamente scomparse.
Ad Ascoli si è vista la sintesi perfetta di questo declino. Toscano ha scelto di affrontare una semifinale playoff rinunciando praticamente a giocare. Una squadra schierata costantemente dietro la linea del pallone, senza pressione alta, senza aggressività, senza la minima intenzione di contendere il controllo della partita agli avversari. Prudenza? Realismo? No. Quello visto al Del Duca è sembrato piuttosto un atteggiamento rinunciatario, quasi una resa preventiva. E il dato del possesso palla sfiorato dall'Ascoli, arrivato in alcuni momenti attorno all'80%, certifica in maniera impietosa ciò che gli occhi avevano già raccontato.
Nel calcio si può perdere contro un avversario più forte. È successo e succederà ancora. Ma consegnargli il pallone, il campo e l'iniziativa dal primo all'ultimo minuto significa rinunciare in partenza a qualsiasi ambizione. L'Ascoli ha giocato, il Catania ha inseguito. L'Ascoli ha costruito, il Catania ha subito. L'Ascoli ha creduto nella vittoria, il Catania ha sperato di limitarne le dimensioni.
E la differenza tra le due squadre non è stata soltanto tattica. È stata soprattutto mentale e strutturale. Da una parte una formazione giovane, intensa, aggressiva, affamata di Serie B. Dall'altra una squadra che, leggendo semplicemente la distinta, trasmetteva l'impressione opposta. Esperienza e leadership sono valori importanti, ma diventano inutili se non accompagnati da energia, entusiasmo e fame sportiva. Guardando l'Ascoli si percepiva una squadra che vede nella promozione un trampolino di lancio per la propria carriera. Guardando il Catania si vedevano troppi giocatori nella fase finale del proprio percorso professionale.
È una riflessione scomoda, ma inevitabile. Perché una società che vuole davvero costruire il proprio futuro può affidarsi quasi esclusivamente a un gruppo di calciatori vicini alla conclusione della carriera? Quale margine di crescita può avere una rosa costruita in questo modo? E soprattutto, quale intensità può garantire nel momento decisivo della stagione?
Le stesse parole pronunciate recentemente da Toscano sembrano confermare questa sensazione. Più volte il tecnico ha parlato di squadra stanca, affaticata, arrivata al limite delle proprie energie. Un'ammissione che però apre inevitabilmente un'altra domanda. Se il gruppo è davvero cotto, perché continuare a utilizzare sempre gli stessi uomini? Perché lasciare sistematicamente ai margini giocatori che avrebbero potuto offrire freschezza atletica e motivazioni differenti?
Il caso di Cargnelutti, Raimo, Di Noia e Bruzzaniti è emblematico. Tre di loro sono arrivati durante il mercato di gennaio, una sessione che col passare delle settimane assume sempre più i contorni di un'operazione incomprensibile. Acquisti che avrebbero dovuto aumentare le alternative e che invece sono rimasti quasi sempre spettatori. Giocatori presi per non giocare. Una contraddizione che racconta meglio di qualsiasi dichiarazione le difficoltà di programmazione vissute dal club negli ultimi mesi.
Difficoltà che non nascono certo ieri. L'esonero del direttore sportivo Pastore, la scelta di affidare la squadra a Viali, il successivo dietrofront con il ritorno di Toscano, la gestione di un mercato di riparazione che non ha inciso minimamente sull'andamento della squadra. Tutti tasselli che compongono un mosaico confuso e che restituiscono l'immagine di una società incapace di trovare una linea tecnica chiara e coerente.
Per questo cercare oggi un singolo colpevole sarebbe un esercizio inutile. Non esiste un responsabile unico. Esiste piuttosto una somma di errori che ha progressivamente allontanato il Catania dagli obiettivi prefissati. Errori di costruzione della rosa, di gestione tecnica, di programmazione e di valutazione.
La sensazione è che il vero miracolo sportivo non sarebbe ribaltare il 4-0 dell'andata. Quello appartiene ormai alla categoria degli eventi cosmici. Il vero miracolo sarebbe riuscire a comprendere come una società dotata di risorse economiche importanti, di una tifoseria straordinaria e di strutture superiori alla media della categoria sia riuscita, per il secondo anno consecutivo, a fallire l'obiettivo della promozione mostrando evidenti carenze dirigenziali e organizzative.
Mercoledì resta una partita da onorare. Nessuno pretende una rimonta impossibile. Nessuno chiede imprese che il campo, oggi, rende quasi irrealistiche. Ma Catania merita rispetto. Merita una squadra che giochi con orgoglio, che lotti su ogni pallone e che eviti di ripetere pagine umilianti come quella vissuta anni fa nella disastrosa eliminazione di Coppa Italia contro il Trapani. Perché il risultato può essere perdonato. La mancanza di dignità sportiva no.
Poi arriverà il tempo dei bilanci. E a quel punto non serviranno più giustificazioni, alibi o analisi di circostanza. Servirà una rivoluzione profonda. Non qualche ritocco marginale, non un semplice cambio di interpreti. Una revisione radicale di uomini, idee e strategie. Perché il rischio concreto è che il prossimo campionato di Serie C sia ancora più difficile di quello appena concluso. E perché continuare a ignorare i problemi significherebbe soltanto rinviare l'ennesima delusione.
Ascoli non ha distrutto il Catania. Ascoli ha semplicemente tolto il velo a una crisi che dura da troppo tempo. E che adesso non può più essere nascosta.









