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EDITORIALE - Catania, con Viali nessuna svolta: squadra senza identità

06-04-2026 20:58 - Campionato
Autore: Andrea Mazzeo

Il punto non è soltanto la sconfitta interna contro il Picerno. Il punto è ciò che questa sconfitta racconta. Perché il 2-1 del “Massimino”, oltre a consegnare al Catania il primo ko casalingo stagionale, ha avuto l’effetto di spazzare via anche gli ultimi alibi: il cambio in panchina non ha prodotto quella scossa che l’ambiente immaginava, sperava, pretendeva. William Viali è stato ufficializzato il 17 marzo con contratto fino al 30 giugno 2027, dopo l’esonero di Domenico Toscano. Doveva rappresentare la sterzata, il nuovo inizio, il tecnico capace di riaccendere un gruppo scivolato dentro una stagione incompiuta. Fin qui, però, il bilancio racconta altro.

Da quando è arrivato Viali, il Catania ha raccolto appena quattro punti in tre partite: l’1-1 interno col Casarano, il successo per 1-0 a Latina e il ko per 2-1 col Picerno. È una sequenza che pesa per i numeri, ma ancora di più per le sensazioni lasciate sul campo. All’esordio con il Casarano, il tutto è stato sintetizzato in una formula severa ma efficace: “tanta corsa, poca concretezza”, a cui si può aggiungere che Viali e il Catania avevano ancora strada da fare. A Latina è arrivata la prima vittoria della nuova gestione, ma anche lì la lettura della partita è stata quella di una gara “scorbutica”, con un Catania in difficoltà per lunghi tratti prima di trovare l’episodio giusto. Poi il tonfo col Picerno, prima sconfitta interna della stagione. Il problema, dunque, non è il singolo passo falso: è la continuità di una squadra che continua a produrre poco, a convincere meno e a non dare mai l’idea di poter imporre davvero la propria superiorità.

Ed è proprio qui che nasce il paradosso più amaro. Il 4-2-3-1 di Viali, almeno nelle intenzioni, avrebbe dovuto dare al Catania più ordine offensivo, più uomini tra le linee, più ampiezza, più pressione alta, più presenza negli ultimi trenta metri. Invece il campo, fino a questo momento, ha restituito una squadra spesso lunga, poco fluida, raramente arrembante, quasi mai padrona del ritmo. È un’osservazione analitica, non nostalgica: il vecchio 3-4-2-1 di Toscano non incantava, non era certo un manifesto estetico, ma aveva una fisionomia più leggibile. Il Catania di oggi, invece, non è né bello né pratico. Non controlla, non schiaccia, non costruisce con continuità. Soprattutto, non trasmette ancora una chiara identità tattica. Questa è un’inferenza, ma poggia in modo abbastanza lineare su risultati, andamento delle gare e qualità delle occasioni prodotte nelle tre uscite della gestione Viali.

Anche i due gol segnati da Bruzzaniti, a guardarli bene, rafforzano la sensazione. Contro il Casarano la rete nasce da un tiro-cross velenoso che sorprende Bacchin; contro il Latina decide una conclusione dal limite deviata in modo decisivo dal difensore Carillo. Sono reti pesanti, certo, e Bruzzaniti ha avuto il merito di provarci. Ma sono anche episodi fortunati, non il frutto di una produzione offensiva traboccante, di un sistema che crea chance in serie o di una squadra capace di soffocare l’avversario dentro la propria area. In tre partite, il Catania di Viali ha vissuto più di fiammate e dettagli che di trame consolidate. E quando una squadra si affida agli episodi, prima o poi presenta il conto. Il Picerno, al Massimino, l’ha presentato tutto insieme.

Per questo ridurre tutto alla classifica sarebbe un errore. È vero: dopo la 35ª giornata il Catania resta secondo con 68 punti, ancora davanti al Cosenza che è a quota 63. Ma è altrettanto vero che il Benevento, battendo la Salernitana, ha chiuso il discorso promozione diretta ed è tornato in Serie B con tre giornate d’anticipo. E il Cosenza, al contrario, è una squadra in evidente crescita: ha battuto il Foggia nell’ultimo turno e nelle ultime cinque gare ha raccolto 10 punti. Tradotto: il margine aritmetico sul terzo posto esiste ancora, ma il tema vero non è più “quanti punti di vantaggio ci sono”; il tema è con quale calcio, con quali certezze e con quale tenuta emotiva il Catania si presenterà ai playoff.

Ed è qui che l’editoriale deve andare oltre il tabellino. Perché il Catania non sta semplicemente giocando male: sta mandando segnali confusi. Con Toscano si discutevano limiti evidenti, rigidità, una proposta non sempre brillante, ma almeno si intravedeva una matrice. Oggi, invece, la squadra sembra sospesa in una terra di mezzo: non è abbastanza aggressiva per pensarsi dominante, non è abbastanza coperta per dirsi equilibrata, non è abbastanza feroce per vivere di transizioni, non è abbastanza palleggiatrice per addormentare la gara e governarla. È una squadra che sembra aver cambiato abito senza aver ancora capito come portarlo. E quando succede a tre giornate dalla fine della regular season, il rischio è alto: invece di crescere, si finisce per smarrirsi.

Viali, prima del Picerno, aveva parlato di una squadra che doveva crescere in “aggressività” contro un avversario organizzato. Il campo gli ha risposto nel modo peggiore: il Picerno ha confermato la propria organizzazione, il Catania invece non ha mostrato quella crescita. E allora il punto diventa quasi brutale nella sua semplicità: il cambio di allenatore, almeno per adesso, non ha migliorato il Catania. Non lo ha reso più solido, non lo ha reso più riconoscibile, non lo ha reso più pericoloso. Semmai, ha allargato la zona grigia.

Naturalmente sarebbe ingeneroso scaricare tutto su Viali. Le responsabilità sono più profonde e più vecchie. Questo gruppo, ormai, porta addosso difetti strutturali che il cambio in panchina non poteva cancellare con un colpo di spugna: poca ferocia nei momenti decisivi, difficoltà a trasformare il possesso in occasioni pulite, tendenza a vivere di giocate episodiche, vulnerabilità mentale non appena la partita si sporca. Però è proprio qui che si misura la portata di una scelta tecnica: se cambi allenatore a marzo, lo fai perché ti aspetti un effetto immediato, una scossa psicologica, un’accelerazione. Finora quell’effetto non si è visto. E questo autorizza un giudizio severo sul presente, senza per forza trasformarlo in una condanna definitiva sul futuro.

Il vero allarme, infatti, non riguarda soltanto il secondo posto. Riguarda i playoff. Perché i playoff non premiano la squadra con più nome o con più aspettative: premiano la squadra che arriva con una forma riconoscibile, con automatismi consolidati, con una struttura mentale forte. Oggi il Catania, alla vigilia dello spareggio più importante della stagione, continua a non avere un’identità compiuta. E questo è molto più preoccupante di qualsiasi distacco in classifica. Perché cinque punti di vantaggio si possono difendere; un vuoto di identità, invece, si paga appena il livello si alza.

In definitiva, la sconfitta col Picerno ha avuto il merito crudele della chiarezza. Ha tolto il velo alla retorica del “serve tempo”, del “nuovo corso”, del “cantiere aperto”. Il tempo, nel calcio di aprile, non esiste quasi più. Restano tre partite e una sola domanda vera: Viali riuscirà almeno a dare un volto credibile al suo Catania prima dei playoff? Perché oggi, dopo Casarano, Latina e Picerno, la risposta più onesta è questa: la scintilla non si è vista. E senza scintilla, il rischio non è soltanto arrivare secondi o terzi. Il rischio è arrivare ai playoff senza sapere davvero chi si è.