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Catania sull'ottovolante: dal 6-0 al Giugliano al crollo di Cerignola

01-11-2026 10:23 - Campionato
Autore: Andrea Mazzeo

Confesso che faccio sempre più fatica a comprendere questo Catania. Non tanto per le sconfitte, che nel calcio possono arrivare anche quando si dispone di una rosa importante, quanto per il modo in cui maturano e, soprattutto, per l'incredibile distanza che separa una prestazione dall'altra. Sembra di essere saliti su un ottovolante, trascinati continuamente dall'entusiasmo alla delusione, dalla convinzione di aver finalmente trovato una squadra capace di recitare un ruolo da protagonista alla sensazione di essere tornati improvvisamente al punto di partenza.

Appena sei giorni fa, contro il Giugliano, avevamo ammirato un Catania praticamente perfetto. Sei reti, qualità nelle giocate, intensità, aggressività, un'organizzazione tattica convincente e quella determinazione che dovrebbe accompagnare ogni squadra intenzionata a vincere un campionato. Una prestazione capace di riaccendere l'entusiasmo e di far pensare che il lavoro di Emilio Longo stesse finalmente producendo risultati importanti. Poi arriva Cerignola e, quasi per incanto, tutto scompare. Stessi undici, stesso sistema di gioco, ma una squadra completamente diversa, irriconoscibile nell'atteggiamento prima ancora che nella prestazione.

La sensazione, maturata già dopo pochi minuti, è stata quella di assistere a una formazione quasi appagata, forse eccessivamente convinta delle proprie possibilità e incapace di comprendere immediatamente quale partita fosse chiamata a disputare. Non posso sapere cosa passasse nella testa dei calciatori, ma quello che ho visto sul terreno di gioco mi ha trasmesso proprio questa impressione: un Catania molle, poco reattivo, privo di quella fame che dovrebbe rappresentare il requisito minimo per chiunque ambisca al primo posto.

Dall'altra parte c'era un Audace Cerignola che, pur dovendo fronteggiare numerose assenze, ha interpretato la gara con una determinazione infinitamente superiore. I pugliesi hanno praticamente fatto ciò che volevano per tutto il primo tempo, vincendo i contrasti, arrivando prima sulle seconde palle e aggredendo una squadra che sembrava incapace di trovare le contromisure. E non stiamo parlando di un avversario che abbia dovuto inventare chissà quali soluzioni tattiche per mettere in difficoltà i rossazzurri. È bastato giocare con intensità, applicazione e convinzione.

Se all'intervallo il risultato era ancora fermo sullo 0-0, il merito apparteneva soprattutto ad Andrea Dini. Ancora una volta il portiere ha dovuto indossare i panni del salvatore, impedendo con interventi decisivi che il Catania capitolasse molto prima. E questo, francamente, dovrebbe far riflettere. Perché quando la migliore prestazione individuale arriva dall'estremo difensore, dopo quarantacinque minuti nei quali si sarebbe dovuto imporre il proprio gioco, significa che qualcosa di importante non ha funzionato.

La cosa che mi ha colpito maggiormente, però, è stata un'altra. Per lunghi tratti ho avuto l'impressione che si stesse semplicemente aspettando il momento in cui il Cerignola avrebbe trovato il gol. Quasi fosse una conseguenza inevitabile di quanto stava accadendo. E quando quel momento è arrivato, lo ha fatto nella maniera più assurda possibile: una rimessa laterale gestita con un'ingenuità difficilmente spiegabile, un cambio di possesso e una difesa completamente impreparata a reagire. Boccadamo ha ringraziato e il Catania è affondato.

Si può discutere sulla decisione arbitrale, sui tempi della rimessa e sulle modalità del conteggio. Ma ritengo che il vero problema sia un altro: una squadra con l'esperienza e le ambizioni del Catania non può farsi sorprendere in quel modo. Non può concedere un gol del genere e, soprattutto, non può permettere che quell'episodio diventi la sentenza definitiva di una partita nella quale avrebbe ancora tutto il tempo per reagire.

Perché è proprio la reazione che non ho visto. Longo ha provato a cambiare uomini e disposizione, inserendo progressivamente Caligara, Liguori, Insigne, Caturano e Bruzzaniti. Ma al di là di qualche tentativo isolato, il Catania non è mai riuscito a dare la sensazione di poter veramente recuperare il risultato. Non c'è stato un assedio organizzato, non si è vista quella rabbia agonistica che ci si aspetterebbe da una squadra ferita nell'orgoglio. È mancata persino la capacità di trasmettere agli avversari la paura di poter perdere un vantaggio così prezioso.

E allora mi chiedo: quale sia il vero Catania? Quello capace di travolgere il Giugliano con sei reti o quello che a Cerignola ha attraversato la partita quasi senza lasciare traccia? Perché se la risposta fosse che entrambe queste versioni rappresentano fedelmente la squadra di Longo, allora avremmo individuato il problema più grande di questa stagione: la discontinuità.

I numeri, del resto, sono impietosi. Dodici giornate, sei vittorie, un pareggio e cinque sconfitte. Diciannove punti conquistati sui trentasei disponibili. Una squadra che vince esattamente la metà delle partite e perde quasi tutte le altre non può essere considerata, almeno oggi, una formazione che abbia trovato l'equilibrio necessario per puntare con decisione al primato. Il dato che più mi preoccupa non è soltanto il numero delle sconfitte, ma il fatto che il Catania non riesca quasi mai a portare a casa qualcosa quando non gioca bene. O vince oppure perde. E in un campionato lungo e complicato come la Serie C, questa è una debolezza enorme.

Il confronto con la passata stagione rende ancora più evidente la differenza. Dopo dodici giornate, il Catania allenato da Domenico Toscano occupava la seconda posizione con 25 punti, uno soltanto in meno della Salernitana capolista. Il bilancio era di sette vittorie, quattro pareggi e una sola sconfitta. Oggi, allo stesso punto del campionato, i rossazzurri hanno sei punti in meno e hanno già perso cinque volte. Non si tratta di stabilire quale allenatore sia più bravo, né di rimpiangere necessariamente il passato. Ma quei numeri raccontano qualcosa di preciso: la squadra dello scorso anno aveva imparato a non perdere anche nelle giornate meno fortunate, mentre quella attuale continua a pagare a caro prezzo ogni flessione.

E vorrei aggiungere un altro elemento che mi ha lasciato perplesso. Al termine della partita ho osservato quel confronto a centrocampo tra i protagonisti rossazzurri e confesso che avrei una grande curiosità di sapere che cosa si siano detti dopo una prestazione così indecorosa. Quali spiegazioni siano state cercate, quali responsabilità siano emerse e soprattutto se ci sia stata la piena consapevolezza di ciò che era appena accaduto. Naturalmente non posso conoscere il contenuto di quel confronto e non intendo attribuire parole o intenzioni a nessuno.

Una considerazione, però, mi sento di farla. Personalmente, i panni sporchi preferirei lavarli in panchina, o meglio ancora nello spogliatoio, lontano dagli sguardi del pubblico e dalle telecamere, piuttosto che mostrare certe discussioni a centrocampo dopo il triplice fischio. Non perché i calciatori debbano evitare di confrontarsi, anzi. Un chiarimento franco può essere salutare e persino necessario. Ma ritengo che certi discorsi debbano restare all'interno del gruppo, dove è possibile parlare senza trasformare ogni gesto in un'interpretazione pubblica. I tifosi, dopo aver assistito a una partita del genere, hanno soprattutto bisogno di vedere risposte sul campo.

E non voglio neppure scaricare ogni responsabilità su Longo. L'allenatore ha certamente il compito di preparare la squadra, trasmettere la giusta mentalità e trovare soluzioni quando la partita prende una direzione diversa da quella immaginata. Ma ci sono anche responsabilità individuali che non possono essere cancellate con un cambio di modulo o con una sostituzione. L'intensità nei contrasti, la concentrazione nelle situazioni più semplici, la capacità di reagire a un episodio negativo sono qualità che ogni calciatore deve portare con sé quando indossa una maglia così importante.

Allo stesso tempo, però, il tecnico non può limitarsi a prendere atto di questa alternanza. Deve trovare il modo di interromperla. Perché un gruppo che dispone di giocatori esperti, alternative importanti e qualità tecniche superiori a quelle di molte concorrenti non può continuare a presentarsi in campo con due volti tanto differenti. Il problema non è dimostrare di saper vincere 6-0 una partita. Quello è già stato fatto. Il problema è dimostrare di saper affrontare con la stessa determinazione anche le partite sporche, complicate, nelle quali gli avversari non concedono spazi e bisogna guadagnarsi ogni pallone.

Adesso al Massimino arriva il Sorrento, reduce a sua volta dalla sconfitta interna contro l'Altamura. E non riesco a nascondere una sensazione: un altro blackout potrebbe rappresentare il colpo definitivo alle speranze di lottare per il primo posto. Non perché la matematica possa già emettere una sentenza dopo tredici giornate, ma perché sarebbe sempre più difficile continuare a parlare di ambizioni di vertice davanti a una squadra incapace di trovare quella continuità indispensabile per sostenere una rincorsa.

La classifica resta aperta e nessuno può conoscere oggi gli sviluppi del campionato. Ma continuare a ripetere che c'è ancora tempo rischia di diventare un esercizio consolatorio, se ogni settimana si finisce per perdere il terreno recuperato in quella precedente. Longo sostiene che la classifica importante sarà quella di aprile, e sul principio non posso che essere d'accordo. Ma quella classifica si costruisce adesso, partita dopo partita, evitando soprattutto di regalare punti che alla fine potrebbero risultare decisivi.

Non chiedo al Catania di vincere sempre giocando un calcio spettacolare. Non pretendo sei gol ogni domenica, né prestazioni perfette in ogni trasferta. Chiedo qualcosa di molto più semplice e, per una squadra con queste ambizioni, assolutamente indispensabile: riconoscibilità, carattere, continuità e la capacità di restare dentro la partita anche quando le cose non funzionano.

Perché a Cerignola la sconfitta non è stata soltanto nel risultato. È stata soprattutto nella sensazione di impotenza trasmessa per lunghi tratti da una squadra che, appena una settimana prima, ci aveva fatto credere di aver finalmente trovato la propria strada.

Ecco perché il prossimo appuntamento con il Sorrento non potrà essere considerato una partita come le altre. Servirà una risposta convincente, non soltanto nei tre punti ma nell'atteggiamento. Il Catania deve decidere se vuole davvero scendere dall'ottovolante e cominciare a correre con regolarità verso il proprio obiettivo.

Perché gli entusiasmi di una domenica sono belli, ma non bastano a vincere un campionato. E dopo cinque sconfitte in dodici giornate, credo che il tempo delle giustificazioni sia ormai abbondantemente scaduto.