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Catania, rabbia per l'arbitraggio a Potenza: ma gli errori sono anche rossazzurri

18-10-2026 10:35 - Campionato
Autore: Andrea Mazzeo

Il Catania torna da Potenza con una sconfitta che brucia, una rabbia difficile da smaltire e la consapevolezza di aver lasciato sul terreno del Viviani molto più di tre punti. Il 2-1 maturato contro la formazione di Ivan Tisci rappresenta una battuta d'arresto pesante, soprattutto per il distacco di nove lunghezze dalla vetta, ma sarebbe un errore ridurre tutto a una semplice questione di classifica. La partita ha raccontato molto altro, a cominciare da una direzione arbitrale che ha lasciato enormi perplessità e che ha inevitabilmente condizionato il confronto. Al tempo stesso, però, ha messo in evidenza difficoltà che il Catania aveva già manifestato in precedenti occasioni e che una squadra costruita per vincere il campionato non può continuare a trascinarsi. L'arbitraggio di Zago merita una critica severa, ma non può diventare il paravento dietro il quale nascondere le responsabilità tecniche dei rossazzurri. È proprio questa la distinzione fondamentale dalla quale bisogna partire per valutare con equilibrio una sconfitta tanto discussa.

Il primo grande tema è inevitabilmente quello degli episodi arbitrali, con il gol annullato a Cicerelli che rappresenta il momento più controverso dell'intera serata. Il lancio di Di Gennaro, il movimento del capitano rossazzurro e il pallonetto che supera Cucchietti avevano prodotto una rete di straordinaria qualità, potenzialmente decisiva per riequilibrare una partita cominciata in salita. Le immagini televisive disponibili sembrano mostrare Cicerelli in posizione regolare, eppure la revisione attraverso l'FVS ha portato alla conferma del fuorigioco. Una decisione difficilmente comprensibile alla luce dei fotogrammi diffusi, soprattutto considerando che lo strumento tecnologico dovrebbe servire proprio a ridurre il margine di errore. Se non esisteva un'immagine sufficientemente chiara per stabilire l'irregolarità, sarebbe stato necessario comprendere su quali elementi fosse fondata la valutazione. Se invece le immagini erano ritenute inequivocabili, resta difficile spiegare perché quelle disponibili raccontino una situazione apparentemente differente. In una partita tra due formazioni di valore, nelle quali gli equilibri si decidono attraverso dettagli minimi, episodi del genere assumono un peso enorme. Nessuno può sapere come sarebbe finita con il risultato sull'1-1, ma negare che quella decisione abbia inciso sull'andamento del confronto significherebbe ignorare l'evidenza.

Le perplessità aumentano considerando gli altri episodi. Il rigore assegnato al Potenza per la trattenuta di Bruzzaniti su Loiacono e il differente trattamento riservato al contatto subito da Coda nell'area opposta pongono un problema di uniformità del giudizio. Non è necessario sostenere che le due situazioni fossero identiche per chiedersi perché una sia stata considerata meritevole della massima punizione e l'altra no, senza un analogo approfondimento attraverso l'FVS. Dubbi rimangono anche sulla rete annullata a Cavuoti per la posizione di Caturano. Il problema, dunque, non riguarda soltanto la singola decisione, ma la sensazione di una gestione complessiva che ha finito per innervosire il Catania. E pesa anche il precedente dello stesso Zago, protagonista nella passata stagione della contestata mancata espulsione di Porro del Latina dopo l'intervento che provocò il grave infortunio di Cicerelli. Quel precedente non autorizza sospetti di intenzionalità, ma rende ancora più comprensibile il disagio dell'ambiente rossazzurro. La società dovrebbe valutare una presa di posizione autorevole nelle sedi competenti, chiedendo chiarimenti sulle decisioni e sull'applicazione dell'FVS. Non servono polemiche esasperate, ma nemmeno un silenzio sistematico che rischia di essere interpretato come acquiescenza.

Chiarito questo, sarebbe profondamente sbagliato sostenere che il Catania abbia perso esclusivamente per colpa dell'arbitro. Lo stesso Emilio Longo, pur contestando duramente l'annullamento della rete di Cicerelli, ha avuto il merito di rifiutare questa interpretazione, evitando di offrire ai propri giocatori un alibi. È un atteggiamento condivisibile, perché la partita del Viviani ha evidenziato problemi reali. Il primo riguarda la fase difensiva, a cominciare dal gol subito sugli sviluppi di un calcio d'angolo dopo appena tre minuti. Longo ha spiegato che un episodio del genere avrebbe potuto verificarsi anche più avanti nell'incontro e che non sarebbe corretto giudicare l'approccio esclusivamente da quella circostanza. Ma il problema resta: una squadra con le ambizioni del Catania non può concedere con tanta facilità una rete su palla inattiva, soprattutto contro un avversario capace di sfruttare magistralmente gli spazi una volta passato in vantaggio. Le difficoltà, del resto, non si sono limitate alla marcatura persa in occasione del gol di Ghisolfi. Il Potenza ha trovato opportunità importanti anche nelle transizioni, approfittando di un equilibrio difensivo rossazzurro troppo spesso precario. Se Dini è stato probabilmente il migliore in campo tra gli etnei, con almeno quattro interventi di grande spessore, e se a questi bisogna aggiungere il provvidenziale salvataggio di Cabianca sulla linea, significa che qualcosa non ha funzionato. Il possesso palla e il numero delle conclusioni possono anche raccontare una partita equilibrata, come sostenuto da Longo, ma la qualità delle occasioni concesse impone una lettura meno rassicurante. Un portiere costretto ripetutamente agli straordinari non può rappresentare la normalità per una formazione che punta alla promozione diretta.

Un'altra criticità è emersa nella zona centrale del campo, dove il Potenza ha espresso intensità, dinamismo e personalità superiori. Bando, Castorani e Ghisolfi hanno garantito alla formazione lucana una presenza costante, riuscendo a coniugare aggressività, inserimenti e capacità di accompagnare l'azione. Dall'altra parte Quaini e Vallocchia hanno sofferto tremendamente, soprattutto quando il confronto è diventato più fisico e si è giocato sulle seconde palle. Troppo poca incisività, poca capacità di governare le transizioni e, in determinati momenti, insufficiente personalità per una sfida di questo peso. Quando il centrocampo perde il confronto, tutta la squadra finisce per pagarne le conseguenze: la difesa viene esposta a maggiori pericoli, mentre il reparto offensivo fatica a ricevere palloni nelle condizioni migliori. È un problema che richiede interventi tattici e soprattutto una maggiore intensità individuale, perché il Catania possiede giocatori di qualità ma deve imparare a imporsi anche nelle partite nelle quali il palleggio non basta.

E proprio l'attacco apre un altro capitolo. Cicerelli, Coda, Insigne, Lunetta, Caturano e Cavuoti costituiscono un patrimonio tecnico importante per la categoria, ma il talento deve essere accompagnato dalla capacità di colpire nei momenti decisivi. Cicerelli ha visto cancellarsi una rete di grande fattura, ma in precedenza aveva avuto un'altra occasione significativa per riportare il Catania in parità. Da un giocatore del suo livello, capitano e riferimento tecnico della squadra, è lecito pretendere una continuità maggiore nell'incidere sulla partita, soprattutto nei momenti difficili. Non si tratta di discutere le sue qualità, che restano indiscutibili, ma di chiedere a chi possiede i mezzi per fare la differenza di assumersi fino in fondo le responsabilità che il proprio ruolo comporta. Anche Coda ha incontrato difficoltà contro una retroguardia attenta, pur cercando di far valere esperienza e fisicità. Più in generale, è mancata quella concretezza che permette di trasformare le occasioni potenziali in pericoli effettivi e, soprattutto, in gol. Il Catania continua a produrre gioco senza riuscire sempre a capitalizzare quanto costruisce, un limite già emerso in altre partite e che deve essere corretto prima che diventi una costante della stagione.

Resta poi il tema delle scelte iniziali e della gestione dei cambi. Personalmente avrei valutato con maggiore attenzione l'impiego di Lunetta dal primo minuto, considerando le caratteristiche del Potenza e la necessità di attaccare con velocità e aggressività gli spazi disponibili. Gli strappi, la pressione e la capacità di accelerare dell'esterno rossazzurro avrebbero potuto offrire soluzioni differenti, anche se sarebbe ingeneroso trasformare una preferenza tattica in una certezza assoluta. Longo ha spiegato di aver voluto dare continuità agli uomini che avevano fatto bene nella precedente partita, una motivazione legittima. Tuttavia, il positivo impatto di Lunetta nella ripresa alimenta la sensazione che quelle caratteristiche potessero risultare utili anche prima. Quanto ai cambi, il tecnico ha richiamato la buona intensità del primo tempo e la necessità di valutare il problema fisico accusato da Masciangelo, ma nei primi quindici minuti della seconda frazione il Catania è apparso in difficoltà e forse sarebbe servita una risposta più tempestiva. Sono valutazioni che non mettono in discussione le capacità dell'allenatore, ma rientrano in un'analisi necessaria quando si dispone di una rosa tanto ricca di alternative.

Il finale, paradossalmente, ha confermato che questa squadra possiede risorse caratteriali importanti. Sotto di due reti, con una partita che sembrava ormai compromessa, il Catania ha reagito con rabbia, pressione e orgoglio, trovando con Allegretto il gol che ha riaperto il confronto quando però mancava ormai pochissimo al termine. È una reazione che merita di essere sottolineata, ma che allo stesso tempo impone una domanda: perché attendere di trovarsi con le spalle al muro per esprimere una determinazione così evidente? Il calcio richiede fame, aggressività, capacità di soffrire e soprattutto cinismo. Richiede la volontà di conquistare ogni pallone, di aggredire gli spazi e di segnare anche quando la partita diventa sporca, nervosa e complicata da decisioni arbitrali contestabili. Il Potenza ha mostrato queste qualità con maggiore continuità, confermando che le cinque vittorie consecutive e il primato non sono frutto del caso. La formazione di Tisci merita rispetto per ciò che sta costruendo, anche se questo non significa considerarla tecnicamente superiore al Catania. Le differenze, almeno al Viviani, sono emerse soprattutto nella capacità di sfruttare i momenti decisivi e di mantenere intensità nelle fasi più delicate.

Longo ha parlato di una delle migliori prestazioni delle ultime sei partite e della necessità di uscire da Potenza con maggiore consapevolezza. È un'interpretazione che rispetto, ma che non mi convince completamente. Il Catania sapeva già di essere forte, di possedere individualità importanti e di poter competere contro qualsiasi avversario del girone. Non serviva perdere per acquisire questa certezza. Quello che serviva, semmai, era dimostrare di aver compiuto il salto di qualità nella gestione dei dettagli, nella continuità difensiva e nella capacità di trasformare il proprio potenziale in risultati. Sotto questo profilo la partita ha confermato che il percorso non è ancora completato. Non siamo davanti a un disastro, perché il campionato è lungo e nelle precedenti cinque gare erano arrivati risultati incoraggianti, ma sarebbe altrettanto sbagliato minimizzare il significato di una sconfitta che porta a nove punti il distacco dalla vetta. È una distanza importante, non incolmabile, ma che impone un cambio di passo senza ulteriori esitazioni.

Il compito di Longo, adesso, non sarà soltanto correggere gli errori tattici. Dovrà soprattutto allenare la voracità, alimentare quella cattiveria agonistica e quel desiderio di prevalere che distinguono una buona squadra da una formazione capace di vincere un campionato. Il Catania deve imparare a gestire le difficoltà senza perdere equilibrio, a essere più aggressivo nella zona centrale del campo, a difendere con maggiore attenzione e a sfruttare le occasioni che costruisce. Deve pretendere qualcosa in più dai propri uomini migliori e affrontare ogni partita con la convinzione che il talento, senza intensità e concretezza, rischia di non essere sufficiente. In questo percorso anche la società deve fare la propria parte, tutelando la squadra rispetto agli episodi arbitrali controversi, ma senza alimentare un clima nel quale le responsabilità vengano sistematicamente cercate all'esterno.

La sconfitta di Potenza deve dunque essere letta per quello che è: una battuta d'arresto dolorosa, aggravata da decisioni arbitrali che meritano chiarimenti, ma anche un'occasione per individuare con precisione ciò che ancora manca al Catania per esprimere pienamente il proprio potenziale. Il prossimo confronto con il Giugliano offrirà una prima risposta sulla capacità dei rossazzurri di trasformare la delusione in energia positiva. Non basterà vincere per cancellare quanto accaduto al Viviani, ma servirà una prestazione capace di mostrare segnali concreti di crescita, soprattutto nell'atteggiamento, nella solidità e nella determinazione.

Il Catania ha tutte le qualità per restare protagonista e lottare fino in fondo per la promozione, ma deve smettere di accontentarsi delle potenzialità e cominciare a trasformarle in certezze. La rabbia per il gol annullato a Cicerelli e per le altre decisioni contestate è comprensibile, così come è legittimo chiedere maggiore uniformità e trasparenza nell'utilizzo dell'FVS. Ma il destino della stagione non può dipendere soltanto dagli arbitri. Dipenderà soprattutto dalla capacità della squadra di essere più forte dei propri errori, delle difficoltà e degli episodi sfavorevoli. Da Potenza il Catania torna con tre punti in meno e molti interrogativi, ma anche con la possibilità di trarre una lezione decisiva. Perché i campionati non si vincono soltanto dimostrando di meritare di più: si vincono attraverso la fame, la personalità e la capacità di andare a prendersi ogni risultato. Il Catania deve arrabbiarsi, certamente. Ma adesso deve soprattutto trasformare quella rabbia in carattere, quella qualità in concretezza e quelle ambizioni in vittorie.