Catania perde il volley che conta: addio Sviluppo Sud e futuro da ricostruire
01-09-2026 09:14 - Altri Sport
Autore: Andrea Mazzeo
Catania perde un altro pezzo importante del proprio panorama sportivo. L’uscita di scena della Sviluppo Sud Catania dal capoluogo etneo e il trasferimento del titolo di Serie A2 chiudono, dopo appena una stagione, una parentesi che aveva restituito alla città una presenza nel volley maschile nazionale. La notizia pesa soprattutto per ciò che lascia dietro: una città con una tradizione pallavolistica enorme che, nella stagione 2026/27, non avrà una propria squadra nei principali campionati nazionali maschili.
La Sviluppo Sud aveva raccolto l’eredità della precedente esperienza di vertice e nella stagione appena conclusa era riuscita a conquistare la permanenza in Serie A2, chiudendo all’undicesimo posto con 31 punti, frutto di 11 vittorie e 15 sconfitte. Non era stata una stagione brillante in termini assoluti, ma l’obiettivo minimo era stato centrato e il progetto sembrava avere almeno una base sportiva dalla quale ripartire.
Invece è arrivato l’addio. La società ha motivato la scelta parlando soprattutto di difficoltà logistiche e della necessità di garantire maggiore sostenibilità al progetto. Una decisione che segue di appena un anno la fine del percorso della Saturnia Acicastello nei campionati di Serie A, interrotto ufficialmente nel maggio 2025 per l’impossibilità di sostenere economicamente i costi crescenti della pallavolo di alto livello.
È proprio la sequenza degli eventi a rendere il quadro ancora più amaro. Prima la Saturnia, capace nel giro di cinque stagioni di passare attraverso Serie A3, SuperLega e Serie A2, poi il tentativo di Sviluppo Sud di dare continuità al volley d’élite a Catania, infine un nuovo stop. Due progetti differenti, ma con un risultato identico: il massimo livello pallavolistico non riesce a mettere radici stabili in città.
Eppure parlare di Catania come di una città senza cultura pallavolistica sarebbe storicamente sbagliato. Il passato racconta esattamente l’opposto. La pallavolo maschile catanese è stata protagonista della Serie A già dagli anni Settanta e la Paoletti Catania arrivò fino ai vertici del movimento nazionale. Successivamente la città tornò stabilmente in A1 tra la seconda metà degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, ospitando campioni internazionali come Hugo Conte, Waldo Kantor e Peter Blangé.
Anche il movimento femminile vanta pagine che appartengono alla storia dello sport italiano: la formazione catanese dell’Alidea vinse lo scudetto 1979/80, dopo aver conquistato anche la Coppa Italia nella stagione precedente. Un patrimonio che rende ancora più difficile comprendere come una città con simili radici possa oggi ritrovarsi senza una società capace di rappresentarla stabilmente ai massimi livelli.
Il problema, evidentemente, non è la mancanza di tradizione. E neppure quella di praticanti, tecnici, settori giovanili o realtà territoriali. Il nodo è costruire una struttura societaria ed economica capace di trasformare tutto questo in un progetto professionistico duraturo. La stessa Saturnia, quando annunciò la fine del proprio percorso in Serie A, indicò chiaramente nella sostenibilità finanziaria e nella risposta del tessuto economico locale le principali criticità.
Ed è forse questo l’aspetto più paradossale. Una città delle dimensioni di Catania, con un bacino potenziale enorme, un palazzetto capace di ospitare grandi eventi e una storia sportiva di primo piano, continua a non riuscire a consolidare una società pallavolistica di vertice. Ogni volta si ricomincia, ogni volta arriva un nuovo progetto, ogni volta si prova a ricostruire entusiasmo e identità. Poi, però, nel giro di pochi anni — o addirittura di una sola stagione — il percorso si interrompe.
La Sviluppo Sud aveva anche prodotto risultati capaci di riaccendere interesse, come la vittoria per 3-1 sul campo della capolista Prata nel marzo scorso. Segnali sportivi importanti che, tuttavia, non sono bastati a garantire continuità fuori dal campo.
È questo il punto su cui Catania dovrebbe interrogarsi. Una città sportivamente viva non può dipendere ogni volta dall’arrivo del singolo imprenditore disposto a sostenere quasi da solo i costi di una categoria nazionale. Senza una rete di sponsor, istituzioni, impianti adeguatamente gestiti e partecipazione economica del territorio, qualsiasi progetto rischia di restare fragile.
Per questo l’addio della Sviluppo Sud non può essere liquidato come una semplice operazione societaria. È la perdita, almeno per il momento, della pallavolo che conta. E per una città che ha vinto scudetti, ospitato campioni e costruito generazioni di appassionati, ritrovarsi senza un club di riferimento ai livelli nazionali più importanti ha qualcosa di difficile da accettare.
Il volley a Catania naturalmente non scompare. Restano scuole, settori giovanili, società territoriali e un movimento di base che continua a vivere. Ma manca ciò che dà visibilità, attrazione e prospettiva all’intero sistema: una prima squadra capace di rappresentare la città nel grande palcoscenico nazionale.
Ed è proprio qui che sta la vera sconfitta. Non aver perso una categoria, ma non essere riusciti ancora una volta a trasformare una tradizione enorme in una struttura stabile. Catania ha avuto il volley che conta, lo ha ritrovato, lo ha perso di nuovo. Adesso la domanda non è quando tornerà, ma se esisteranno finalmente le condizioni per farlo restare.









