Catania, il silenzio di Pelligra pesa: la piazza chiede risposte
22-09-2026 10:55 - Campionato
Autore: Andrea Mazzeo
A Catania non servono altre promesse, non servono slogan e nemmeno nuovi richiami a un futuro che da troppo tempo viene indicato come l’orizzonte salvifico di ogni problema. Serve una cosa molto più semplice: chiarezza. Ed è proprio quella che continua a mancare. Ross Pelligra è tornato due volte in città nel mese di settembre, ha assistito alle partite, ha mostrato ancora una volta la propria presenza fisica accanto alla squadra, ma ha evitato accuratamente il confronto con una piazza che da mesi chiede spiegazioni. Nel mezzo, anche una presenza sul red carpet del Festival del Cinema di Venezia. Nulla di censurabile, naturalmente: Pelligra è un imprenditore con attività e interessi internazionali. Ma proprio per questo il contrasto è diventato ancora più evidente. A Catania si chiedevano risposte, mentre il presidente continuava a mostrarsi pubblicamente altrove senza affrontare il nodo principale: spiegare dove stia andando davvero il club.
La Curva Nord, durante la gara contro il Barletta, ha sintetizzato tutto con uno striscione durissimo ma chiarissimo: "Sei turista o presidente? Pelligra dai una risposta a questa gente". Una frase che fotografa perfettamente il sentimento di una parte sempre più ampia della tifoseria. Non è più una questione legata soltanto ai risultati del campo, alle sconfitte, ai pareggi o a un avvio di campionato al di sotto delle aspettative. È una questione di rapporto tra proprietà e città. Il pubblico catanese ha continuato a rispondere presente anche in un’estate piena di dubbi, problemi amministrativi, mercato rallentato e segnali finanziari poco rassicuranti. Gli abbonamenti sono rimasti su numeri importanti, confermando ancora una volta quanto il Massimino sia disposto a concedere fiducia. Ma la fiducia non può diventare una cambiale in bianco, soprattutto quando dall’altra parte manca la volontà di spiegare.
Il Catania di Pelligra ha avuto meriti che sarebbe scorretto negare. La promozione immediata dalla Serie D nel 2023 resta un risultato importante, così come la Coppa Italia di Serie C conquistata successivamente. Ma proprio da quel momento in poi, quando ci si attendeva un’accelerazione vera, il progetto ha iniziato a mostrare crepe evidenti. La crescita promessa non si è tradotta in una programmazione lineare, la squadra non è riuscita a compiere il salto definitivo e il club ha continuato a oscillare tra grandi annunci e una gestione del presente spesso confusa. La Coppa Italia resta in bacheca, ma fu vissuta in un contesto paradossale, con una finale di ritorno senza pubblico rossazzurro dopo i fatti di Padova. Da allora, il Catania ha continuato a parlare di futuro, di crescita, di strutture e di obiettivi, ma il presente continua a restituire l’immagine di una società che procede a scatti, spesso arrivando alle scadenze con il fiato corto.
Torre del Grifo è probabilmente il simbolo più evidente di questa contraddizione. L’acquisizione del centro sportivo è stata una delle operazioni più significative della gestione Pelligra e nessuno può sminuirne il valore strategico. Eppure, nonostante siano trascorsi diversi mesi, la prima squadra continua ad allenarsi altrove, su soluzioni provvisorie, in attesa di poter tornare stabilmente nella propria casa. I lavori sui campi hanno conosciuto rallentamenti, riprese e stop, e anche su questo fronte la comunicazione è rimasta insufficiente. Gli interventi affidati alla Piagreen Srls, guidata da Francesco Di Stefano, hanno subito una brusca frenata nel corso dell’estate per problemi legati ai pagamenti, prima di riprendere a singhiozzo nel mese di settembre. Se esiste un cronoprogramma aggiornato, la società dovrebbe renderlo noto. Se ci sono state difficoltà economiche o tecniche, dovrebbe spiegarle. Il problema non è il ritardo in sé, perché in un’operazione così complessa può capitare di incontrare ostacoli. Il problema è la scelta sistematica di lasciare tutto sospeso, permettendo che ogni dubbio diventi inevitabilmente sospetto.
Lo stesso discorso vale per la fideiussione. Il Catania non è riuscito a rispettare una scadenza fondamentale e si è poi rifugiato nella soluzione dell’escrow account. Anche qui, anziché chiarire fino in fondo perché una società con ambizioni dichiarate abbia incontrato difficoltà nel reperire una garanzia, si è preferito limitarsi a formule tecniche e spiegazioni parziali. Eppure le domande sono semplici: perché il problema è emerso? Qual è oggi la reale capacità finanziaria del club? Qual è il budget effettivo per la gestione sportiva? La riduzione degli investimenti rispetto alle stagioni precedenti è una scelta strategica oppure una necessità? Dopo anni nei quali sono state spese cifre importanti senza ottenere risultati proporzionati, è legittimo pensare che la proprietà abbia deciso di cambiare modello. Ma se questo è il nuovo corso, va detto chiaramente. Non c’è nulla di scandaloso nel voler spendere meno, purché si abbia il coraggio di comunicarlo e di costruire una programmazione coerente.
Anche la scelta tecnica dell’allenatore racconta una società arrivata troppo tardi a decisioni fondamentali. Emilio Longo merita rispetto e deve essere giudicato esclusivamente per il lavoro che sta svolgendo. Ma il suo insediamento è arrivato dopo settimane di trattative e tentativi con altri profili. Prima Fabio Caserta, poi Pietro De Giorgio, quindi Longo. Chiamarlo "terza scelta" può essere una semplificazione, ma il dato politico e gestionale resta: il Catania è arrivato a luglio senza avere ancora definito con certezza chi dovesse guidare il nuovo progetto. Da lì è derivato tutto il resto: mercato tardivo, giocatori arrivati in momenti differenti, livelli di condizione disomogenei, amalgama incompleta e un allenatore costretto ancora oggi a lavorare su un gruppo costruito a campionato praticamente iniziato. Anche qui il salary cap è stato utilizzato a lungo come giustificazione, ma la sensazione è che il vero nodo sia stato soprattutto economico. Il Catania ha speso meno, ha corretto drasticamente la rotta e ha provato a rimediare soltanto nelle ultime settimane di mercato. Se questo era il piano, ancora una volta sarebbe bastato dirlo.
Il fastidio nasce proprio da questa continua fuga in avanti. Ogni problema viene rinviato alla prossima tappa, ogni criticità viene assorbita dentro un futuro che dovrebbe sistemare tutto. Bisogna aspettare Torre del Grifo. Bisogna aspettare che i nuovi entrino in condizione. Bisogna aspettare che Longo possa lavorare con continuità. Bisogna aspettare che il mercato dia i suoi frutti. Bisogna aspettare il presidente. Bisogna aspettare una spiegazione. Catania, però, aspetta da troppo tempo. E mentre il club continua a chiedere pazienza, il pubblico continua a fare la propria parte senza ricevere in cambio quella trasparenza che sarebbe il minimo sindacale per una proprietà che vuole davvero costruire un rapporto solido con la città.
Poi c’è il tema dello storico logo, questione che tocca un nervo scoperto dell’identità rossazzurra. Quel marchio non è soltanto un elemento grafico. È il simbolo di una storia calcistica lunga decenni, della matricola 11700, del club scomparso con il fallimento dell’8 aprile 2022. L’asta telematica è fissata per il 15 ottobre alle 11, con base di partenza di 55 mila euro e una cauzione pari almeno al 10% del prezzo offerto. Il Catania ha manifestato l’intenzione di partecipare, ma fino ad ora non risulta ancora formalizzata tutta la documentazione necessaria. C’è tempo, certamente, e sarebbe sbagliato trasformare un ritardo procedurale in una rinuncia. Ma la domanda resta inevitabile: perché arrivare sempre a ridosso delle scadenze? Perché su ogni questione simbolicamente importante per la tifoseria si deve creare un clima di incertezza? Perché non anticipare i tempi e togliere terreno alle polemiche?
È questo il vero problema: non il singolo episodio, ma il metodo. La gestione Pelligra sembra vivere in una condizione permanente di attesa. Le scadenze vengono affrontate tardi, le decisioni maturano a ridosso degli eventi, le spiegazioni arrivano quando i dubbi sono già diventati polemica. E più questo schema si ripete, più il silenzio diventa pesante. Definirlo "profilo british" non basta più. La riservatezza è una qualità quando accompagna una gestione efficiente e leggibile. Quando invece coincide con ritardi, passaggi poco chiari e assenza di confronto, rischia di trasformarsi in distanza. E la distanza, in una piazza come Catania, finisce inevitabilmente per essere percepita come arroganza.
Il presidente era perfettamente consapevole del clima. Sapeva che i tifosi volevano ascoltarlo, sapeva che la stampa chiedeva un confronto, sapeva che la questione Torre del Grifo, la fideiussione, il mercato, il logo e la programmazione economica erano diventati temi centrali. Avrebbe potuto convocare una conferenza stampa. Avrebbe potuto concedere un’intervista approfondita al quotidiano locale La Sicilia (che tra l'altro è anche media partner) per affrontare punto per punto ogni dubbio. Non lo ha fatto. È tornato in Australia lasciando esattamente la stessa quantità di interrogativi che aveva trovato al suo arrivo.
Ed è questo che rende il silenzio sempre più irritante. Perché non è più il silenzio di chi vuole lavorare. È il silenzio di chi, pur sapendo di dover spiegare, decide di non farlo.
A rendere ancora più delicata la situazione ci sono anche le esperienze imprenditoriali e sportive che negli ultimi anni hanno accompagnato il nome di Pelligra. Sarebbe scorretto sovrapporre automaticamente casi diversi e utilizzarli come una condanna preventiva, ma non si può nemmeno ignorare che tra Pallacanestro Varese, ex Blutec di Termini Imerese e Perth Glory siano emersi in momenti differenti dubbi, contrasti e promesse che non hanno trovato piena realizzazione. Proprio per questo, a Catania servirebbe un surplus di trasparenza, non un deficit. Chi ha già dovuto difendersi da perplessità maturate altrove dovrebbe avere tutto l’interesse a eliminare ogni ambiguità. Invece accade l’opposto.
La città non sta chiedendo miracoli. Non pretende la Serie A domani mattina, non chiede campagne acquisti fuori controllo e non domanda investimenti folli. Chiede di sapere quale sia il progetto reale. Quali siano gli obiettivi sportivi. Quale sia il budget. Quando Torre del Grifo sarà pienamente operativa. Perché la fideiussione non sia stata presentata nei tempi. Perché il mercato sia stato completato così tardi. Come il club intenda muoversi sul logo storico. Quale sia, soprattutto, il ruolo concreto di Ross Pelligra nella gestione quotidiana.
Sono domande normali. Sono domande legittime. E dopo quattro anni di presidenza, non dovrebbero nemmeno essere considerate scomode.
Su La Sicilia, Giovanni Finocchiaro ha scritto una frase che fotografa perfettamente il momento: "I misteri restano. Anche le perplessità e le incazzature dei catanesi". È difficile aggiungere molto altro, perché il cuore della questione è tutto lì. Il Catania non è soltanto una squadra che deve ritrovare risultati. È una società che deve ritrovare credibilità nel rapporto con il proprio pubblico.
Pelligra ha investito. Ha acquistato Torre del Grifo. Ha riportato il club tra i professionisti. Ha vinto una coppa. Nessuno cancella questi fatti. Ma quei meriti non possono diventare uno scudo permanente contro qualsiasi critica e, soprattutto, non possono giustificare una comunicazione così povera proprio nei momenti in cui servirebbe più chiarezza.
Il pubblico ha già dimostrato cosa pensa del Catania. Lo ha fatto con gli abbonamenti, con le presenze al Massimino, con una fedeltà che non è mai venuta meno nemmeno nelle fasi più frustranti. Ora tocca alla proprietà dimostrare cosa pensa davvero di Catania.
E questa volta non bastano i sorrisi in tribuna, le foto, le promesse o un altro rinvio.
Serve una risposta. Serve una direzione. Serve, soprattutto, un presidente che abbia il coraggio di spiegare il presente.
A Catania non servono altre promesse, non servono slogan e nemmeno nuovi richiami a un futuro che da troppo tempo viene indicato come l’orizzonte salvifico di ogni problema. Serve una cosa molto più semplice: chiarezza. Ed è proprio quella che continua a mancare. Ross Pelligra è tornato due volte in città nel mese di settembre, ha assistito alle partite, ha mostrato ancora una volta la propria presenza fisica accanto alla squadra, ma ha evitato accuratamente il confronto con una piazza che da mesi chiede spiegazioni. Nel mezzo, anche una presenza sul red carpet del Festival del Cinema di Venezia. Nulla di censurabile, naturalmente: Pelligra è un imprenditore con attività e interessi internazionali. Ma proprio per questo il contrasto è diventato ancora più evidente. A Catania si chiedevano risposte, mentre il presidente continuava a mostrarsi pubblicamente altrove senza affrontare il nodo principale: spiegare dove stia andando davvero il club.
La Curva Nord, durante la gara contro il Barletta, ha sintetizzato tutto con uno striscione durissimo ma chiarissimo: "Sei turista o presidente? Pelligra dai una risposta a questa gente". Una frase che fotografa perfettamente il sentimento di una parte sempre più ampia della tifoseria. Non è più una questione legata soltanto ai risultati del campo, alle sconfitte, ai pareggi o a un avvio di campionato al di sotto delle aspettative. È una questione di rapporto tra proprietà e città. Il pubblico catanese ha continuato a rispondere presente anche in un’estate piena di dubbi, problemi amministrativi, mercato rallentato e segnali finanziari poco rassicuranti. Gli abbonamenti sono rimasti su numeri importanti, confermando ancora una volta quanto il Massimino sia disposto a concedere fiducia. Ma la fiducia non può diventare una cambiale in bianco, soprattutto quando dall’altra parte manca la volontà di spiegare.
Il Catania di Pelligra ha avuto meriti che sarebbe scorretto negare. La promozione immediata dalla Serie D nel 2023 resta un risultato importante, così come la Coppa Italia di Serie C conquistata successivamente. Ma proprio da quel momento in poi, quando ci si attendeva un’accelerazione vera, il progetto ha iniziato a mostrare crepe evidenti. La crescita promessa non si è tradotta in una programmazione lineare, la squadra non è riuscita a compiere il salto definitivo e il club ha continuato a oscillare tra grandi annunci e una gestione del presente spesso confusa. La Coppa Italia resta in bacheca, ma fu vissuta in un contesto paradossale, con una finale di ritorno senza pubblico rossazzurro dopo i fatti di Padova. Da allora, il Catania ha continuato a parlare di futuro, di crescita, di strutture e di obiettivi, ma il presente continua a restituire l’immagine di una società che procede a scatti, spesso arrivando alle scadenze con il fiato corto.
Torre del Grifo è probabilmente il simbolo più evidente di questa contraddizione. L’acquisizione del centro sportivo è stata una delle operazioni più significative della gestione Pelligra e nessuno può sminuirne il valore strategico. Eppure, nonostante siano trascorsi diversi mesi, la prima squadra continua ad allenarsi altrove, su soluzioni provvisorie, in attesa di poter tornare stabilmente nella propria casa. I lavori sui campi hanno conosciuto rallentamenti, riprese e stop, e anche su questo fronte la comunicazione è rimasta insufficiente. Gli interventi affidati alla Piagreen Srls, guidata da Francesco Di Stefano, hanno subito una brusca frenata nel corso dell’estate per problemi legati ai pagamenti, prima di riprendere a singhiozzo nel mese di settembre. Se esiste un cronoprogramma aggiornato, la società dovrebbe renderlo noto. Se ci sono state difficoltà economiche o tecniche, dovrebbe spiegarle. Il problema non è il ritardo in sé, perché in un’operazione così complessa può capitare di incontrare ostacoli. Il problema è la scelta sistematica di lasciare tutto sospeso, permettendo che ogni dubbio diventi inevitabilmente sospetto.
Lo stesso discorso vale per la fideiussione. Il Catania non è riuscito a rispettare una scadenza fondamentale e si è poi rifugiato nella soluzione dell’escrow account. Anche qui, anziché chiarire fino in fondo perché una società con ambizioni dichiarate abbia incontrato difficoltà nel reperire una garanzia, si è preferito limitarsi a formule tecniche e spiegazioni parziali. Eppure le domande sono semplici: perché il problema è emerso? Qual è oggi la reale capacità finanziaria del club? Qual è il budget effettivo per la gestione sportiva? La riduzione degli investimenti rispetto alle stagioni precedenti è una scelta strategica oppure una necessità? Dopo anni nei quali sono state spese cifre importanti senza ottenere risultati proporzionati, è legittimo pensare che la proprietà abbia deciso di cambiare modello. Ma se questo è il nuovo corso, va detto chiaramente. Non c’è nulla di scandaloso nel voler spendere meno, purché si abbia il coraggio di comunicarlo e di costruire una programmazione coerente.
Anche la scelta tecnica dell’allenatore racconta una società arrivata troppo tardi a decisioni fondamentali. Emilio Longo merita rispetto e deve essere giudicato esclusivamente per il lavoro che sta svolgendo. Ma il suo insediamento è arrivato dopo settimane di trattative e tentativi con altri profili. Prima Fabio Caserta, poi Pietro De Giorgio, quindi Longo. Chiamarlo "terza scelta" può essere una semplificazione, ma il dato politico e gestionale resta: il Catania è arrivato a luglio senza avere ancora definito con certezza chi dovesse guidare il nuovo progetto. Da lì è derivato tutto il resto: mercato tardivo, giocatori arrivati in momenti differenti, livelli di condizione disomogenei, amalgama incompleta e un allenatore costretto ancora oggi a lavorare su un gruppo costruito a campionato praticamente iniziato. Anche qui il salary cap è stato utilizzato a lungo come giustificazione, ma la sensazione è che il vero nodo sia stato soprattutto economico. Il Catania ha speso meno, ha corretto drasticamente la rotta e ha provato a rimediare soltanto nelle ultime settimane di mercato. Se questo era il piano, ancora una volta sarebbe bastato dirlo.
Il fastidio nasce proprio da questa continua fuga in avanti. Ogni problema viene rinviato alla prossima tappa, ogni criticità viene assorbita dentro un futuro che dovrebbe sistemare tutto. Bisogna aspettare Torre del Grifo. Bisogna aspettare che i nuovi entrino in condizione. Bisogna aspettare che Longo possa lavorare con continuità. Bisogna aspettare che il mercato dia i suoi frutti. Bisogna aspettare il presidente. Bisogna aspettare una spiegazione. Catania, però, aspetta da troppo tempo. E mentre il club continua a chiedere pazienza, il pubblico continua a fare la propria parte senza ricevere in cambio quella trasparenza che sarebbe il minimo sindacale per una proprietà che vuole davvero costruire un rapporto solido con la città.
Poi c’è il tema dello storico logo, questione che tocca un nervo scoperto dell’identità rossazzurra. Quel marchio non è soltanto un elemento grafico. È il simbolo di una storia calcistica lunga decenni, della matricola 11700, del club scomparso con il fallimento dell’8 aprile 2022. L’asta telematica è fissata per il 15 ottobre alle 11, con base di partenza di 55 mila euro e una cauzione pari almeno al 10% del prezzo offerto. Il Catania ha manifestato l’intenzione di partecipare, ma fino ad ora non risulta ancora formalizzata tutta la documentazione necessaria. C’è tempo, certamente, e sarebbe sbagliato trasformare un ritardo procedurale in una rinuncia. Ma la domanda resta inevitabile: perché arrivare sempre a ridosso delle scadenze? Perché su ogni questione simbolicamente importante per la tifoseria si deve creare un clima di incertezza? Perché non anticipare i tempi e togliere terreno alle polemiche?
È questo il vero problema: non il singolo episodio, ma il metodo. La gestione Pelligra sembra vivere in una condizione permanente di attesa. Le scadenze vengono affrontate tardi, le decisioni maturano a ridosso degli eventi, le spiegazioni arrivano quando i dubbi sono già diventati polemica. E più questo schema si ripete, più il silenzio diventa pesante. Definirlo "profilo british" non basta più. La riservatezza è una qualità quando accompagna una gestione efficiente e leggibile. Quando invece coincide con ritardi, passaggi poco chiari e assenza di confronto, rischia di trasformarsi in distanza. E la distanza, in una piazza come Catania, finisce inevitabilmente per essere percepita come arroganza.
Il presidente era perfettamente consapevole del clima. Sapeva che i tifosi volevano ascoltarlo, sapeva che la stampa chiedeva un confronto, sapeva che la questione Torre del Grifo, la fideiussione, il mercato, il logo e la programmazione economica erano diventati temi centrali. Avrebbe potuto convocare una conferenza stampa. Avrebbe potuto concedere un’intervista approfondita al quotidiano locale La Sicilia (che tra l'altro è anche media partner) per affrontare punto per punto ogni dubbio. Non lo ha fatto. È tornato in Australia lasciando esattamente la stessa quantità di interrogativi che aveva trovato al suo arrivo.
Ed è questo che rende il silenzio sempre più irritante. Perché non è più il silenzio di chi vuole lavorare. È il silenzio di chi, pur sapendo di dover spiegare, decide di non farlo.
A rendere ancora più delicata la situazione ci sono anche le esperienze imprenditoriali e sportive che negli ultimi anni hanno accompagnato il nome di Pelligra. Sarebbe scorretto sovrapporre automaticamente casi diversi e utilizzarli come una condanna preventiva, ma non si può nemmeno ignorare che tra Pallacanestro Varese, ex Blutec di Termini Imerese e Perth Glory siano emersi in momenti differenti dubbi, contrasti e promesse che non hanno trovato piena realizzazione. Proprio per questo, a Catania servirebbe un surplus di trasparenza, non un deficit. Chi ha già dovuto difendersi da perplessità maturate altrove dovrebbe avere tutto l’interesse a eliminare ogni ambiguità. Invece accade l’opposto.
La città non sta chiedendo miracoli. Non pretende la Serie A domani mattina, non chiede campagne acquisti fuori controllo e non domanda investimenti folli. Chiede di sapere quale sia il progetto reale. Quali siano gli obiettivi sportivi. Quale sia il budget. Quando Torre del Grifo sarà pienamente operativa. Perché la fideiussione non sia stata presentata nei tempi. Perché il mercato sia stato completato così tardi. Come il club intenda muoversi sul logo storico. Quale sia, soprattutto, il ruolo concreto di Ross Pelligra nella gestione quotidiana.
Sono domande normali. Sono domande legittime. E dopo quattro anni di presidenza, non dovrebbero nemmeno essere considerate scomode.
Su La Sicilia, Giovanni Finocchiaro ha scritto una frase che fotografa perfettamente il momento: "I misteri restano. Anche le perplessità e le incazzature dei catanesi". È difficile aggiungere molto altro, perché il cuore della questione è tutto lì. Il Catania non è soltanto una squadra che deve ritrovare risultati. È una società che deve ritrovare credibilità nel rapporto con il proprio pubblico.
Pelligra ha investito. Ha acquistato Torre del Grifo. Ha riportato il club tra i professionisti. Ha vinto una coppa. Nessuno cancella questi fatti. Ma quei meriti non possono diventare uno scudo permanente contro qualsiasi critica e, soprattutto, non possono giustificare una comunicazione così povera proprio nei momenti in cui servirebbe più chiarezza.
Il pubblico ha già dimostrato cosa pensa del Catania. Lo ha fatto con gli abbonamenti, con le presenze al Massimino, con una fedeltà che non è mai venuta meno nemmeno nelle fasi più frustranti. Ora tocca alla proprietà dimostrare cosa pensa davvero di Catania.
E questa volta non bastano i sorrisi in tribuna, le foto, le promesse o un altro rinvio.
Serve una risposta. Serve una direzione. Serve, soprattutto, un presidente che abbia il coraggio di spiegare il presente.









