Catania, il Barletta corre e gli etnei arrancano: vertice lontano

20-09-2026 10:15 -

Autore: Andrea Mazzeo

Il pareggio contro il Barletta può essere spiegato. Può essere contestualizzato, analizzato, persino accettato per come si era messa la partita. Quello che non può essere fatto, però, è trasformarlo in un risultato normale per una squadra costruita con l’obiettivo dichiarato di stare nelle zone più alte della classifica. Perché lo 0-0 del "Massimino", osservato esclusivamente attraverso i novanta minuti, può anche essere considerato un punto guadagnato. Inserito invece dentro il percorso complessivo di questo inizio di stagione, assume un significato molto più preoccupante.

Gli alibi esistono e sarebbe intellettualmente poco corretto ignorarli. Il Catania arrivava dalla trasferta di Picerno, giocata appena pochi giorni prima con un’intensità elevatissima. In Basilicata si era vista probabilmente la versione migliore della squadra di Emilio Longo: pressing alto, aggressività, recupero immediato del pallone, verticalità e capacità di attaccare l’avversario senza concedergli il tempo di organizzarsi. Tutto questo ha inevitabilmente avuto un costo energetico.

Contro il Barletta quella brillantezza non c’era. Le gambe erano più pesanti, le distanze meno precise, le uscite in pressione meno sincronizzate. A tutto ciò bisogna aggiungere una rosa nella quale diversi giocatori arrivati nell’ultima parte del mercato non hanno ancora raggiunto una condizione atletica ottimale. Quando Longo ha provato ad affidarsi alla panchina per cambiare ritmo alla partita, si è trovato a inserire elementi che, per motivi differenti, non possono ancora essere considerati al cento per cento.

Coda ne è l’esempio più evidente. La qualità e la carriera dell’attaccante non possono essere messe in discussione, ma oggi il centravanti è ancora distante dalla migliore condizione. Insigne ha provato a dare qualcosa in più alla manovra offensiva, creando anche una delle opportunità più interessanti della ripresa, ma anch’egli deve ancora trovare continuità. Caligara è arrivato da poco e necessita inevitabilmente di tempo per inserirsi nei meccanismi della squadra. Liguori rientrava dopo un periodo di indisponibilità. Sono elementi che spiegano perché i cambi non abbiano prodotto quell’incremento di ritmo e qualità che normalmente ci si aspetterebbe da una panchina costruita con nomi di questo livello.

E poi ci sono gli infortuni. Cicerelli ha accusato un problema già nella prima parte della gara ed è stato sostituito all’intervallo per precauzione. Russo è stato invece costretto ad abbandonare il campo durante il primo tempo per un problema muscolare che dovrà essere valutato. Due giocatori importanti persi nel corso della stessa partita, in un momento nel quale l’infermeria rossazzurra è già tutt’altro che vuota.

Tutto vero. Tutto legittimo. Ma gli alibi servono a spiegare una prestazione, non possono diventare la sua assoluzione.

Perché dall’altra parte c’era un Barletta che correva praticamente al doppio della velocità del Catania. Una neopromossa organizzata, coraggiosa, aggressiva, capace di presentarsi al "Massimino" senza alcun complesso d’inferiorità. La squadra di Massimo Paci ha dimostrato di sapere perfettamente cosa fare: chiudere gli spazi, aggredire il portatore, verticalizzare rapidamente e utilizzare la forza fisica e la mobilità di Da Silva per mettere sotto pressione una difesa etnea che, soprattutto nel primo tempo, ha dovuto lavorare parecchio.

Il palo di Da Silva, gli interventi di Dini, la chiusura provvidenziale di Quaini, l’occasione di Piarulli, quella di Vona e infine la rete annullata agli ospiti raccontano una partita nella quale il Barletta non è venuto a Catania per difendere uno 0-0. Ha provato a vincere. E in diversi momenti ha dato persino l’impressione di avere più energie, più idee e maggiore capacità di interpretare la gara.

Il Catania, invece, dopo un primo quarto d’ora nel quale aveva provato a riproporre il pressing alto visto a Picerno, ha progressivamente abbassato il proprio baricentro. È stato lo stesso Longo a spiegare come la prima grande occasione del Barletta abbia cambiato psicologicamente e tatticamente l’atteggiamento della squadra. Da quel momento gli etnei hanno preferito concedere agli avversari un tempo di gioco in più piuttosto che rischiare di uscire in ritardo e lasciare cinquanta metri di campo alle ripartenze pugliesi.

Una scelta comprensibile. Forse persino necessaria. Ma è proprio qui che nasce la riflessione più importante.

A Picerno avevamo visto un Catania che sembrava finalmente assomigliare all’idea di calcio raccontata durante l’estate: aggressivo, verticale, desideroso di comandare. Contro il Barletta abbiamo invece osservato una squadra maggiormente concentrata sulla necessità di non perdere equilibrio. Un Catania più "sporco", per utilizzare l’espressione scelta dallo stesso tecnico, capace di accettare una partita differente e di adattarsi alle caratteristiche dell’avversario.

Sapersi sporcare è una qualità. Lo diventa soprattutto durante una stagione lunga, perché nessuna squadra può pensare di vincere trentotto partite giocando sempre un calcio esteticamente brillante. Esistono gare nelle quali bisogna soffrire, abbassarsi, difendere l’area e portare a casa anche un punto.

Il problema nasce quando "sporco" rischia di diventare sinonimo di rinuncia.

Il Catania non può pensare che l’obiettivo sia semplicemente imparare a sopravvivere alle partite complicate. Deve arrivare al punto di essere lui a determinarne il ritmo. Deve sapersi adattare quando necessario, ma non può essere sistematicamente l’avversario a imporre il contesto tattico. Soprattutto al "Massimino", soprattutto contro una neopromossa e soprattutto se l’ambizione rimane quella di competere per il primo posto.

Per questo il pareggio con il Barletta, paradossalmente, può essere considerato positivo guardando soltanto alla singola partita. Per quanto prodotto offensivamente dal Catania, perdere sarebbe stato possibile. Il Barletta ha avuto occasioni importanti e ha trovato anche la rete nel finale, poi annullata per fuorigioco. Dall’altra parte i rossazzurri hanno costruito le opportunità migliori soltanto negli ultimi minuti, con Insigne e soprattutto con Coda, sul quale Matosevic ha compiuto una grande parata.

Un successo del Catania avrebbe probabilmente modificato il racconto della serata, non necessariamente il giudizio sulla prestazione.

Il punto, allora, può persino andare bene. Ma è proprio questo il problema.

Perché quando un pareggio casalingo contro il Barletta comincia a essere percepito come un risultato da accettare, significa che la prospettiva rispetto alle aspettative iniziali si è già abbassata. E in questo senso lo 0-0 rischia di assumere il significato simbolico di una piccola resa nella corsa al vertice.

Non una resa definitiva, naturalmente. Sarebbe assurdo parlare in questi termini dopo appena sei giornate. Il campionato è lunghissimo, ci sono ancora decine di partite da giocare, margini enormi per recuperare condizione, giocatori, intesa e punti. Le squadre che oggi sembrano lanciate potranno attraversare periodi negativi e il Catania possiede una rosa che, almeno sulla carta, ha qualità sufficienti per cambiare passo.

Ma il tempo non è infinito.

Sette punti dopo sei giornate rappresentano un bottino modesto per chi immaginava di partire immediatamente all’assalto delle prime posizioni. Ancora più significativo è il rendimento interno: il "Massimino", invece di trasformarsi nel principale acceleratore della stagione, ha già mostrato troppe volte una squadra contratta, vulnerabile e incapace di imporre la propria superiorità tecnica.

Il problema non è soltanto la classifica di oggi. È il ritmo necessario per recuperare domani.

Ogni punto lasciato per strada aumenta l’obbligo di vincere successivamente. Ogni pareggio casalingo rende più pesante la trasferta seguente. Ogni occasione mancata riduce progressivamente il margine d’errore. E quando una squadra deve ancora trovare amalgama, condizione atletica e continuità di gioco, caricarsi anche della necessità di inseguire può diventare un ulteriore elemento di pressione.

Longo continua giustamente a parlare di lavoro. E probabilmente è proprio ciò di cui questo Catania ha maggiormente bisogno. Le prossime settimane, finalmente meno congestionate, consentiranno al tecnico di allenare davvero il gruppo, lavorare sulle relazioni, recuperare alcuni giocatori e portare gli ultimi arrivati verso una condizione migliore. È un passaggio fondamentale, perché negli ultimi tempi tra mercato, partite ravvicinate e indisponibilità il Catania ha avuto pochissime occasioni per lavorare con continuità.

Adesso, però, questo argomento dovrà progressivamente lasciare spazio alle risposte del campo.

Non si potrà parlare per mesi di amalgama. Non si potrà aspettare indefinitamente Coda, Insigne, Caligara e gli altri elementi arrivati più tardi. Non si potrà continuare a considerare ogni problema muscolare come una semplice fatalità se il numero degli indisponibili continuerà a crescere. E soprattutto non si potrà pensare che la qualità individuale prima o poi risolva automaticamente ciò che oggi non funziona collettivamente.

Il Barletta ha mostrato proprio questo. Forse possiede meno talento individuale, certamente dispone di meno nomi altisonanti, ma al "Massimino" è sembrato una squadra più pronta. Correva insieme, pressava insieme, ripartiva insieme. Il Catania, invece, continua troppo spesso a essere una somma di individualità ancora alla ricerca di un linguaggio comune.

Di Gennaro ha parlato di un "libro intero di miglioramenti" davanti alla squadra. La definizione è perfetta. Il problema è che quel libro bisogna cominciare a sfogliarlo rapidamente.

Il campionato concede tempo, ma la classifica non concede indulgenza.

Il pareggio con il Barletta non compromette nulla matematicamente. Può essere persino un punto utile se diventerà parte di un percorso di crescita. Se tra qualche settimana vedremo un Catania più brillante, organizzato e continuo, questa serata verrà ricordata come una normale tappa di assestamento.

Se invece prestazioni del genere continueranno ad alternarsi alle fiammate viste contro Cosenza e Picerno, allora quello 0-0 avrà avuto un significato molto più profondo: non quello di un semplice pareggio, ma il momento in cui il Catania ha iniziato a prendere atto che, almeno per ora, il passo necessario per stare al vertice appartiene agli altri.

E per una squadra costruita con queste ambizioni sarebbe questa, molto più dello 0-0 contro il Barletta, la vera sconfitta.