Catania, Picerno può essere la svolta: ora serve continuità
16-09-2026 08:43 -
Autore: Andrea Mazzeo
Ci sono vittorie che valgono tre punti e vittorie che, almeno per qualche giorno, cambiano il modo in cui una squadra viene percepita. Quella del Catania a Picerno appartiene alla seconda categoria. Non perché il 4-2 cancelli quanto accaduto nelle settimane precedenti, né perché improvvisamente ogni problema possa dirsi risolto. Ma perché, nel momento di maggiore pressione, la squadra ha finalmente prodotto una risposta riconoscibile, concreta, quasi rabbiosa. E lo ha fatto senza rifugiarsi nella prudenza, senza abbassarsi dietro la linea della paura, ma cercando di vincere attraverso quelle idee che Emilio Longo ha continuato a difendere anche quando i risultati sembravano smentirlo.
La vera differenza rispetto alla sconfitta contro la Scafatese non sta dunque soltanto nel passaggio alla difesa a tre. Sarebbe troppo semplice ridurre tutto ai numeri scritti sulla lavagna. A Picerno è cambiata soprattutto la disponibilità dei giocatori a sostenere quel sistema attraverso aggressività, coraggio e intensità. Il Catania ha pressato alto, recuperato palloni nella metà campo avversaria, attaccato immediatamente gli spazi e, soprattutto, trasformato finalmente la propria superiorità territoriale in gol.
È questo il punto dal quale ripartire. Perché per oltre un’ora si è vista una squadra completamente diversa non tanto nei nomi, quanto nell’atteggiamento. Il Catania che contro la Scafatese aveva spesso impiegato troppo tempo per leggere la giocata, a Picerno ha verticalizzato con maggiore convinzione. Quello che sembrava riflettere prima di aggredire, stavolta ha aggredito per costringere l’avversario a pensare in fretta. E il Picerno, nel momento in cui la pressione rossazzurra è salita, ha semplicemente smesso di trovare soluzioni.
I tre gol realizzati nel giro di pochi minuti non sono stati un episodio isolato. Sono stati la conseguenza di una fase nella quale il Catania aveva già preso possesso della partita. Ierardi, Bruzzaniti e Cavuoti hanno trasformato in numeri una superiorità che si era manifestata prima ancora che il risultato si sbloccasse. Il quarto gol di Cicerelli, nella ripresa, ha completato il quadro tecnico di una prestazione che per settanta minuti ha avuto pochi punti di contatto con le versioni più fragili viste nelle prime giornate.
Longo ha certamente corretto qualcosa. Lo ha fatto senza rinnegarsi. È questa forse la notizia più importante.
La scelta di riportare Ierardi dentro il campo, evitando di sacrificarlo ancora sulla fascia, ha restituito maggiore naturalezza alla linea difensiva. Il ritorno di Di Gennaro, pur ancora lontano dalla migliore condizione, ha aggiunto letture, personalità e qualità nell’uscita del pallone. E soprattutto ha consentito a Quaini di tornare nel luogo nel quale può esercitare un’influenza molto più ampia sulla partita: il centrocampo.
Proprio Quaini rappresenta una delle chiavi del successo del Curcio. In mezzo al campo ha recuperato palloni, accompagnato la pressione e trovato la giocata che ha liberato Ierardi in occasione dello 0-1. Accanto a lui Vallocchia ha dato ritmo e dinamismo. Insieme hanno costruito una piattaforma sufficientemente solida da permettere a Bruzzaniti, Cavuoti e Cicerelli di giocare qualche metro più avanti senza costringere la squadra a perdere equilibrio.
Bruzzaniti è forse l’immagine più evidente della trasformazione. La posizione da esterno a tutta fascia può averlo aiutato, ma spiegare la sua prestazione soltanto attraverso il modulo sarebbe riduttivo. Ha corso, attaccato, pressato e giocato con una determinazione che finora si era vista soltanto a tratti. Longo nel dopopartita ha insistito proprio su questo: non è la disposizione in campo a risolvere ogni problema, ma il modo in cui quella disposizione viene interpretata.
Ed è difficile dargli torto osservando la partita di Picerno. Un 3-4-3 eseguito senza intensità sarebbe rimasto soltanto un insieme di numeri. Quello del Curcio è diventato invece un sistema aggressivo perché i giocatori lo hanno riempito di corse, duelli e pressione. La risposta più significativa arrivata dalla Lucania è quindi meno tattica di quanto sembri: la squadra ha dimostrato di essere ancora pienamente dentro la partita del proprio allenatore.
Non è un dettaglio, considerando il contesto nel quale si arrivava alla gara. Longo era inevitabilmente sotto osservazione dopo tre sconfitte nelle prime quattro giornate di campionato e dopo l’eliminazione in Coppa Italia Serie C contro il Savoia. Il nome di Fabio Caserta aveva cominciato a circolare con crescente insistenza e un altro risultato negativo avrebbe probabilmente reso ancora più pesante il dibattito attorno alla panchina rossazzurra. A Picerno, invece, la squadra ha prodotto esattamente la risposta che un allenatore in difficoltà spera di ricevere dal proprio gruppo.
Questo non significa che la questione sia definitivamente chiusa. Nel calcio, soprattutto in una piazza come Catania, le tregue durano quanto i risultati. Ma la vittoria in Basilicata rende almeno evidente che il gruppo non ha dato l’impressione di giocare contro il proprio tecnico. Al contrario, per larghi tratti ha mostrato una partecipazione collettiva difficile da conciliare con l’immagine di uno spogliatoio ormai distante dalla guida tecnica.
C’è poi un altro elemento che merita attenzione: la condizione atletica. Il Catania è stato costruito molto tardi, con diversi giocatori arrivati nelle fasi finali del mercato e altri ancora costretti a rincorrere una preparazione incompleta. Longo lo ha detto apertamente dopo la partita: pensare di ottenere un’identità definitiva in quattro o cinque giornate con una parte importante della rosa ancora indietro nel lavoro sarebbe irrealistico.
La gestione dell’ultima parte della gara sembra offrire qualche argomento a questa lettura. Dopo l’uscita di Di Gennaro e Vallocchia, il Catania ha perso parte della propria solidità. Con il passare dei minuti la pressione è diminuita, le distanze si sono allungate e il Picerno ha trovato finalmente campo. Il gol di Pugliese, il rigore trasformato da Abreu e l’espulsione di Masciangelo hanno trasformato una partita sullo 0-4 in un finale molto più agitato del necessario.
Questa rimane una debolezza da correggere. Il Catania continua a concedere troppo appena cala il livello di attenzione. È già accaduto in altre occasioni e sarebbe pericoloso liquidare tutto come semplice stanchezza. Una squadra che vuole occupare stabilmente le posizioni di vertice deve imparare anche a governare le partite quando non può più aggredirle. A Picerno il margine costruito era sufficiente. In gare più equilibrate, lo stesso calo potrebbe avere conseguenze diverse.
Ecco perché il 4-2 non deve trasformarsi nell’ennesimo punto di ripartenza celebrato troppo presto. Era già successo dopo il 4-0 al Cosenza: grande entusiasmo, sensazione di svolta e immediato ritorno alle difficoltà contro la Scafatese. Se ogni vittoria viene presentata come l’inizio di una nuova era e ogni sconfitta come la fine di un progetto, il rischio è di condannare squadra e ambiente a una perenne oscillazione emotiva.
La vera svolta sarebbe molto meno spettacolare: giocare bene anche sabato.
Il Barletta diventa per questo un test forse persino più significativo di Picerno. Non perché abbia un valore superiore, ma perché obbligherà il Catania a dimostrare di saper replicare gli stessi principi a pochi giorni di distanza, davanti al proprio pubblico e con aspettative nuovamente più alte. La continuità che è mancata fino a oggi non si costruisce attraverso un grande risultato isolato, ma attraverso una sequenza di prestazioni riconoscibili.
Anche la società, però, deve fare la propria parte. Una squadra ancora alla ricerca del proprio equilibrio ha bisogno di un contesto altrettanto ordinato. Le difficoltà emerse durante l’estate, una rosa completata tardi e le questioni extracampo hanno già sottratto abbastanza energie a un gruppo che avrebbe avuto bisogno soprattutto di tempo e stabilità. Adesso sarebbe utile che la discussione tornasse per qualche settimana esclusivamente sul calcio.
Picerno non ha risolto il campionato del Catania e non ha trasformato improvvisamente Longo in un allenatore inattaccabile. Ha però fornito un elemento nuovo e concreto: questa squadra può interpretare il calcio che il tecnico chiede, e può farlo con efficacia.
È poco soltanto se si pretendeva che tutto fosse già perfetto a settembre. È molto, invece, se lo si considera il primo vero mattone sul quale costruire qualcosa.
Il resto dipenderà dalla continuità. Perché il Catania visto per settanta minuti al Curcio ha mostrato di avere qualità, idee e margini importanti. Quello degli ultimi quindici minuti ha ricordato invece quanto lavoro resti ancora da fare. Tra queste due versioni si trova probabilmente il vero Catania di oggi.
Sabato contro il Barletta cominceremo a capire quale delle due sia destinata a prevalere.