Catania, il 4-0 era un’illusione? Ora servono risposte vere

13-09-2026 10:14 -

Autore: Andrea Mazzeo

Ci sono sconfitte che pesano per il risultato e altre che diventano immediatamente qualcosa di più. Catania-Scafatese 1-2 appartiene alla seconda categoria, perché non può essere archiviata come una semplice giornata storta, né derubricata alla combinazione di episodi sfavorevoli, alla traversa di Insigne o al gran tiro di Toscano nel finale. Dopo quattro giornate di campionato, con tre sconfitte già accumulate e appena tre punti conquistati, il problema non è più stabilire se il Catania sia stato sfortunato sabato sera. Il problema è capire perché una squadra costruita per occupare ben altre zone della classifica continui a presentarsi al pubblico con un volto diverso da una partita all’altra, senza riuscire a consolidare praticamente nulla.

Il 4-0 contro il Cosenza aveva inevitabilmente alimentato aspettative. Non tanto perché quattro gol potessero cancellare quanto accaduto prima, quanto perché per una sera si era finalmente intravista una squadra riconoscibile. Compatta senza pallone, più verticale quando recuperava, aggressiva nei duelli, capace di accompagnare l’azione con più uomini e soprattutto disposta a giocare con quella fame che in Serie C non rappresenta un dettaglio estetico ma una condizione preliminare. La domanda, dopo la Scafatese, diventa quasi inevitabile: quello era il vero Catania oppure un’eccezione dentro un avvio di stagione profondamente negativo?

Oggi la risposta del campo propende purtroppo verso la seconda ipotesi.

Contro una Scafatese organizzata, coraggiosa e tutt’altro che intimorita dal Massimino, il Catania ha riproposto molti dei difetti che sembravano essere stati temporaneamente nascosti dal poker al Cosenza. L’approccio è stato sbagliato. Quattro calci d’angolo concessi agli ospiti nei primissimi minuti non sono un dettaglio statistico: raccontano una squadra entrata in campo subendo l’iniziativa avversaria, quasi sorpresa dall’aggressività di una neopromossa che, al contrario, aveva perfettamente chiaro ciò che voleva fare.

Questa è forse la questione più preoccupante. Il Catania continua a parlare di identità, mentalità, dominio, aggressività, gestione del pallone. Sono concetti tecnicamente corretti e Longo li espone con grande chiarezza. Ma tra ciò che viene raccontato e ciò che viene mostrato sul terreno di gioco resta ancora una distanza troppo ampia. Non basta sapere come si vorrebbe giocare: bisogna riuscire a farlo quando l’avversario pressa, quando va in vantaggio, quando la partita diventa sporca, quando il pubblico comincia a innervosirsi e quando le soluzioni preparate durante la settimana non funzionano immediatamente.

È lì che nasce una squadra.

Il Catania, al momento, sembra invece perdere troppe certezze al primo ostacolo. Il rigore che porta al vantaggio della Scafatese nasce da una sequenza di errori evitabili: la difficoltà nel contenere l’azione, Palmieri che riesce a penetrare nell’area e Torrasi costretto all’intervento che determina il penalty. Non è un episodio isolato rispetto alla gara. È la fotografia di quei primi venti minuti che lo stesso Longo ha criticato con grande onestà nel dopopartita.

E proprio dalle parole dell’allenatore bisogna partire. Longo non ha cercato alibi. Ha detto, in sostanza, che con questa rosa avrebbe dovuto fare meglio e che il primo responsabile è lui. È un atteggiamento apprezzabile, molto più utile delle giustificazioni di circostanza. Ma da questo momento l’autocritica dovrà necessariamente trasformarsi in qualcosa di concreto. A Catania non basta riconoscere il problema: bisogna risolverlo.

Sarebbe però semplicistico caricare l’intera crisi sulle spalle dell’allenatore.

Longo ha ricevuto una rosa profondamente modificata nelle ultime settimane di mercato. Alcuni giocatori sono arrivati senza avere alle spalle una preparazione completa con il gruppo, altri stanno ancora recuperando la migliore condizione, altri ancora devono assimilare richieste tattiche differenti rispetto alle loro abitudini. L’infortunio di Pagliai ha inoltre tolto una soluzione importante in un reparto che già non abbonda di interpreti naturali sulle corsie.

Tutto vero. Ma nessuno di questi elementi può trasformarsi in un lasciapassare permanente.

Perché il Catania non ha perso soltanto partite nelle quali gli avversari si sono dimostrati superiori tecnicamente. Ha perso soprattutto partite nelle quali squadre meno attrezzate sulla carta hanno mostrato più compattezza, più ferocia e una maggiore capacità di adattarsi agli eventi. E quando questo accade una volta può essere un episodio. Quando accade ripetutamente diventa una tendenza.

La Scafatese non ha vinto perché possiede individualità superiori. Ha vinto perché ha saputo interpretare la partita con maggiore continuità. Ha accettato la sofferenza quando il Catania ha spinto, ha resistito al momento migliore dei rossazzurri e nel finale ha avuto ancora la lucidità per colpire. Michele Zeoli lo ha spiegato chiaramente: se la sua squadra fosse venuta al Massimino soltanto per difendersi, probabilmente sarebbe uscita sconfitta. I campani hanno invece avuto il coraggio di giocare.

Ed è significativo che questa lezione arrivi proprio da un ex come Zeoli, accolto con affetto dal pubblico e capace di lasciare il Massimino senza scene eclatanti, dopo avere ottenuto una vittoria che per la Scafatese pesa moltissimo. Anche il suo pensiero per Orazio Russo nel postpartita ha ricordato, per un attimo, un calcio fatto ancora di rapporti umani, memoria e appartenenza. Una parentesi emotiva dentro una serata amarissima per il mondo rossazzurro.

Il Catania, va detto, non ha disputato novanta minuti disastrosi. Sarebbe intellettualmente scorretto raccontarla così.

Dopo il vantaggio della Scafatese la squadra ha reagito. Cicerelli ha cominciato a creare superiorità, Cavuoti ha trovato qualche spazio interessante, Forte è stato chiamato a interventi importanti. Nella ripresa, con l’ingresso di Bruzzaniti, il Catania ha cambiato passo e ha trovato meritatamente l’1-1 con Russo. Il giovane attaccante continua a rappresentare una delle poche certezze assolute di questo inizio di stagione: tre gol in quattro giornate, tanto lavoro sporco e la capacità di farsi trovare nel posto giusto quando finalmente arrivano palloni utili dentro l’area.

Anche Vallocchia, pur non essendo ancora al massimo della condizione, ha mostrato personalità e disponibilità al sacrificio. Quaini, ancora una volta impiegato al centro della difesa, ha garantito attenzione, aggressività e capacità di uscire palla al piede. Insigne, entrando, ha fatto intravedere quella qualità che può cambiare le partite e soltanto la traversa gli ha negato un pareggio che avrebbe modificato completamente il giudizio finale sul risultato.

Ma è proprio questo il punto: il Catania vive ancora troppo di momenti e troppo poco di partita.

Un quarto d’ora positivo, venti minuti di sofferenza, una fiammata individuale, una modifica tattica che produce qualcosa, poi di nuovo passaggi sbagliati, distanze che aumentano, poca occupazione dell’area, scelte ritardate. Una squadra che vuole competere per il vertice non può essere così intermittente.

Longo ha parlato di una squadra "molto pensante", che impiega troppo tempo per scegliere la giocata. È probabilmente una delle analisi più interessanti offerte dall’allenatore. Il Catania appare spesso frenato proprio quando dovrebbe giocare d’istinto. Due tocchi diventano quattro, il passaggio verticale arriva quando lo spazio si è già chiuso, l’esterno riceve da fermo anziché in corsa, il centrocampista aspetta un movimento che non arriva. Tutto diventa più lento, leggibile e prevedibile.

E in Serie C, dove l’intensità spesso compensa la differenza tecnica, essere lenti significa concedere all’avversario il tempo necessario per organizzarsi.

Anche sul piano tattico esistono interrogativi legittimi. L’assenza di Pagliai ha costretto Longo a utilizzare Ierardi sulla destra e Quaini al centro. La soluzione può avere un senso in determinate partite, ma Ierardi non è un terzino di spinta e questo riduce inevitabilmente l’ampiezza offensiva. Dall’altra parte Donnarumma non è riuscito a replicare la prova offerta contro il Cosenza. Quando nella ripresa il tecnico ha tolto quest’ultimo per Bruzzaniti, arretrando Lunetta, il Catania ha guadagnato aggressività ma ha inevitabilmente aumentato i rischi nella fase di non possesso.

È un equilibrio che va trovato in fretta.

Perché il problema non è scegliere tra 4-2-3-1, 4-3-3 o difesa a tre. I moduli contano, ma non spiegano tutto. Lo stesso Longo lo ha ripetuto più volte: contano i principi. Ed è proprio sui principi che adesso serve continuità. La squadra deve sapere come uscire quando viene pressata, come riempire l’area quando attacca, come reagire immediatamente dopo una perdita del pallone e soprattutto come proteggersi quando manda molti uomini avanti.

Il 2-1 di Toscano è bellissimo per esecuzione, ma per il Catania nasce anche da una gestione insufficiente di un momento decisivo. All’89’, in casa, sull’1-1, con una partita che vuoi vincere, devi certamente rischiare. Ma devi anche sapere che un punto è sempre meglio di zero. Serve lucidità nel capire quando accelerare e quando evitare di consegnare all’avversario la possibilità di attaccare una squadra aperta.

Poi arriva la traversa di Insigne e diventa facile invocare la sfortuna.

La sfortuna esiste. Nel calcio ha sempre avuto un ruolo. Ma non può diventare la chiave di lettura dominante. Se una squadra forte costruisce dieci occasioni pulite e perde per un tiro deviato, si può parlare di malasorte. Quando invece una squadra alterna buoni momenti a lunghe fasi di disordine, concede episodi evitabili e arriva al finale ancora in equilibrio precario, allora la fortuna diventa soltanto una delle tante componenti.

E il Catania oggi deve lavorare soprattutto sulle altre.

C’è inoltre una questione societaria che non può essere cancellata ogni volta che il pallone comincia a rotolare. Questa squadra è stata costruita tra difficoltà, interventi tardivi e una fiducia nell’ambiente che negli ultimi anni è stata progressivamente erosa. I tifosi non giudicano soltanto la sconfitta contro la Scafatese: giudicano un percorso molto più lungo.

Per questo i fischi del Massimino assumono un significato diverso. Sono il prodotto di una stanchezza accumulata nel tempo, non semplicemente della delusione per un 1-2.

Il pubblico catanese continua a rispondere con numeri che per la categoria restano impressionanti. Quindicimila persone per una partita di quarta giornata contro la Scafatese rappresentano un patrimonio enorme. Dodicimila abbonati significano che, nonostante tutto, questa città continua a credere nel calcio come parte della propria identità. Ma proprio per questo non si può chiedere all’ambiente di accettare indefinitamente promesse, progetti, tempi di crescita e svolte annunciate.

Prima o poi deve parlare il campo.

E il campo, finora, sta dicendo tre sconfitte in quattro giornate. Sta dicendo due ko interni in campionato. Sta dicendo che il Catania ha già lasciato troppi punti rispetto a squadre che viaggiano con ben altra continuità. Il Sorrento è già a punteggio pieno, il gruppo di testa ha preso margine e il calendario non aspetta nessuno.

Questo non significa che la stagione sia compromessa a settembre. Sarebbe assurdo sostenerlo. Quattro giornate non assegnano promozioni e non condannano definitivamente nessuno.

Ma possono già raccontare chi sei in questo momento.

E in questo momento il Catania non è una squadra da vertice. Può diventarlo? Certamente. Il potenziale tecnico esiste. Coda, Insigne, Cicerelli, Lunetta, Russo, Cavuoti, Vallocchia, Torrasi, Caligara, Quaini sono nomi che danno a Longo materiale importante. Alcuni devono crescere fisicamente, altri inserirsi, altri ancora trovare continuità. Ma avere potenziale e trasformarlo in una squadra competitiva sono due lavori completamente differenti.

È su questo secondo lavoro che si giocherà il futuro immediato dell’allenatore.

Martedì a Picerno non sarà una sentenza definitiva, ma somiglia già moltissimo a un esame. Non tanto perché una sconfitta comporterebbe automaticamente una decisione tecnica, quanto perché il Catania deve dimostrare di avere compreso davvero ciò che è successo contro la Scafatese.

Servirà una squadra diversa nell’atteggiamento prima ancora che negli uomini.

Una squadra che entri in campo dal primo minuto e non dal ventesimo. Che sappia soffrire senza perdere le proprie distanze. Che non confonda il possesso con il controllo. Che faccia circolare il pallone con velocità. Che riempia l’area. Che reagisca all’errore senza deprimersi. Che non abbia bisogno di andare sotto per aumentare l’intensità.

Cicerelli ha usato una parola semplice: ferocia.

Forse è proprio quella che serve più di tutte.

Non ferocia intesa come nervosismo, proteste o contrasti fuori tempo. Ferocia calcistica: attaccare il secondo pallone, accompagnare una transizione, chiudere una diagonale, anticipare l’avversario, andare dentro l’area convinti che il pallone possa arrivare proprio lì. Sono quelle piccole azioni che distinguono una squadra tecnicamente interessante da una squadra capace di vincere un campionato.

Il Catania, oggi, possiede ancora soltanto la prima definizione.

Ed è questo che deve preoccupare più della classifica stessa. Perché i punti possono essere recuperati. Il Sorrento non è irraggiungibile, il campionato è lunghissimo e le gerarchie di settembre spesso vengono completamente ribaltate nei mesi successivi.

Ma prima bisogna diventare una squadra.

Il 4-0 al Cosenza aveva fatto pensare che il processo fosse cominciato davvero. La Scafatese ha dimostrato che quella certezza era prematura.

Adesso tocca a Longo, ai giocatori e alla società impedire che diventi definitiva un’altra certezza, molto più pericolosa: quella di un Catania condannato anche quest’anno a inseguire continuamente una svolta che sembra sempre dietro l’angolo e che, quando finalmente appare, dura soltanto novanta minuti.