Catania, settimana decisiva: contro Savoia e Cosenza adesso serve vincere
30-08-2026 08:34 -
Autore: Andrea Mazzeo
Due sconfitte in due giornate non decidono un campionato. Sarebbe assurdo trasformare 180 minuti in una sentenza definitiva, così come sarebbe superficiale ignorare ciò che questi 180 minuti hanno raccontato. Il problema del Catania, oggi, non è soltanto quello zero in classifica. È il modo in cui ci è arrivato. È la facilità con cui la squadra perde sicurezza alla prima difficoltà. È la distanza, ancora troppo evidente, tra ciò che Emilio Longo racconta di voler costruire e ciò che il campo restituisce.
Contro l’Inter U23 si poteva parlare di una falsa partenza. Dopo Monopoli, invece, la definizione comincia a stare stretta. Perché al “San Nicola” il Catania aveva persino cominciato bene. Per una ventina di minuti aveva occupato il campo con una certa personalità, prodotto situazioni interessanti, trovato soprattutto attraverso Di Marco un dinamismo che mancava. Poi è arrivato l’errore, il gol di Garritano e, quasi improvvisamente, una squadra che sembrava sapere cosa fare ha smesso di riconoscersi.
È questo il dato più preoccupante. Non il 2-0 in sé, non il fatto di aver perso contro un Monopoli organizzato e concreto, ma la fragilità con cui il Catania si è dissolto dopo essere andato sotto. Una squadra ambiziosa può sbagliare un passaggio, prendere un gol, attraversare dieci minuti difficili. Non può però cambiare personalità ogni volta che la partita presenta un problema.
Longo lo ha detto con parole persino più pesanti di qualunque critica esterna: questo Catania, oggi, non rispecchia ancora la sua cultura calcistica. È un’ammissione importante, perché evita alibi e formule rassicuranti. Ma proprio per questo, da adesso, non sarà più sufficiente riconoscere il problema. Bisognerà risolverlo.
L’allenatore ha ragione quando sostiene che non basta chiamarsi Catania per essere superiori. Questo campionato non consegna punti sulla base del pubblico, della storia o della qualità teorica della rosa. Bisogna guadagnarseli. Correndo, vincendo duelli, leggendo prima degli altri le seconde palle, avendo il coraggio di continuare a giocare quando qualcosa va storto. In una parola, servono quella fame e quella ferocia agonistica invocate pubblicamente sia da Longo sia da Quaini.
E proprio qui arriva il primo spartiacque della stagione.
La settimana che si apre non concede più il lusso di rimandare. Il Catania avrà due partite consecutive al Massimino e dovrà sfruttarle. Mercoledì arriverà il Savoia in Coppa Italia Serie C, poi lunedì 7 settembre sarà il turno del Cosenza in campionato. Due gare diverse per peso e significato, ma unite da una necessità ormai identica: vincere.
Contro il Savoia servirà innanzitutto interrompere la spirale negativa. La Coppa non vale punti in classifica, ma in un momento simile può valere moltissimo sul piano mentale. Una vittoria permetterebbe al gruppo di respirare, recuperare fiducia e arrivare all’appuntamento successivo con un clima differente. Un’altra prestazione piatta, al contrario, aumenterebbe inevitabilmente pressione e interrogativi.
Ma è soprattutto contro il Cosenza che non ci saranno più margini per interpretazioni. I calabresi arriveranno al Massimino anch’essi fermi a zero punti dopo due giornate. Non sarà dunque la sfida tra una squadra in crisi e una formazione lanciata, ma il confronto tra due club che hanno già bisogno di togliersi dalla parte sbagliata della classifica. Per il Catania, davanti al proprio pubblico, sarà una partita da vincere. Non da giocare bene per mezz’ora. Non da interpretare con qualche segnale incoraggiante. Da vincere.
Non perché alla terza giornata esistano già ultimatum definitivi, ma perché iniziare con tre sconfitte consecutive significherebbe trasformare un brutto avvio in un vero problema. La differenza è enorme. Una squadra costruita per stare nelle zone importanti non può permettersi di accumulare troppo presto un ritardo significativo, soprattutto in un Girone C nel quale le prime hanno già cominciato a correre.
Naturalmente esistono attenuanti. Il Catania è ancora incompleto nella sua versione definitiva. Torrasi dovrà entrare nei meccanismi, Coda dovrà raggiungere una condizione adeguata, Caligara potrà modificare qualità e geometrie della mediana, Di Gennaro si avvicina al rientro. Anche Masciangelo deve crescere fisicamente e l’infortunio di Di Marco, se confermato serio, rischierebbe di togliere proprio uno degli elementi che a Bari aveva mostrato maggiore brillantezza.
Sono elementi reali. Ma non possono trasformarsi in una coperta sotto cui nascondere tutto il resto.
Perché prima ancora degli ultimi arrivati servono risposte da chi è già lì. Da Jimenez, che deve incidere molto di più. Da Cicerelli, che non può essere costretto a vivere ogni partita lontano dalla zona nella quale può fare maggiormente male. Da Bruzzaniti e Liguori, chiamati a dare profondità, strappi e imprevedibilità. Dalla linea difensiva, che nelle prime due giornate ha trasmesso troppe volte la sensazione di poter essere vulnerabile appena l’avversario alza il ritmo. E dal centrocampo, che deve finalmente riuscire a governare una partita anche dopo un episodio contrario.
Il nodo principale, però, è collettivo. Questo Catania sembra ancora una somma di calciatori più che una squadra. Quando tutto funziona, si intravede una struttura. Quando qualcosa rompe il copione, quella struttura scompare troppo facilmente. Ed è proprio lì che si misurano le squadre forti: non quando il piano partita procede senza intoppi, ma quando devono trovare una soluzione che non era stata prevista.
Longo ha davanti a sé un lavoro tecnico, ma soprattutto psicologico. Deve capire chi è pronto a sostenere il peso di questa maglia quando il contesto diventa difficile. Deve capire quali gerarchie siano realmente affidabili. Deve anche avere il coraggio, se necessario, di correggere rapidamente ciò che non funziona. Non sarebbe un fallimento modificare qualche idea iniziale. Sarebbe molto più pericoloso insistere su qualcosa che il campo continua a respingere.
Allo stesso tempo, anche la società ha una responsabilità precisa. L’organico è stato profondamente rinnovato e il mercato ha consegnato elementi di peso, ma le ultime ore della sessione dovranno servire a chiudere le situazioni ancora aperte e rendere la rosa definitivamente funzionale. Dopo di che le attenzioni dovranno spostarsi completamente sul campo.
E il campo, adesso, presenta un’occasione perfetta.
Due partite al Massimino. Due possibilità per cambiare l’inerzia. Due occasioni per dimostrare che Monopoli e Inter U23 sono stati un pessimo inizio e non l’anticipazione di una stagione sbagliata.
Il pubblico, ancora una volta, ha già risposto. Quasi dodicimila abbonamenti raccontano qualcosa che non può essere dato per scontato dopo stagioni di delusioni, tensioni e aspettative tradite. Alla gente non si può chiedere continuamente pazienza senza restituire almeno quella sensazione elementare che ogni tifoso pretende: vedere una squadra che lotta come se quella partita fosse importante.
Per questo la parola della settimana non può essere più “crescita”. Nemmeno “tempo”. E neppure “assimilazione”.
La parola è reazione.
Mercoledì bisogna cominciare a vederla. Lunedì bisogna trasformarla in tre punti.
Il campionato è lunghissimo e nessuna stagione viene decisa ad agosto. Ma alcune settimane possono determinare il clima, la fiducia e la direzione dei mesi successivi. Questa è una di quelle.
Il Catania ha ancora tutto il tempo per diventare la squadra che Longo immagina. Ma adesso, prima ancora di diventare bello, organizzato o dominante, deve tornare a essere competitivo. Deve sporcarsi, soffrire, reagire, vincere i duelli e soprattutto vincere le partite.
Savoia e Cosenza arrivano al Massimino nel momento esatto in cui non sono più ammesse risposte a metà. Il Catania ha l’obbligo categorico di sfruttare il doppio turno interno e cambiare immediatamente marcia. Perché dopo due sconfitte si può ancora parlare di partenza sbagliata. Dopo altre occasioni sprecate, il discorso diventerebbe inevitabilmente diverso.