Catania, mercato tra dubbi e austerity: tifosi presenti, rosa ancora incompleta

19-08-2026 08:35 -

Autore: Andrea Mazzeo

Era da anni che attorno al Catania non si respirava un clima di incertezza così marcato a ridosso dell’inizio del campionato. Non parlo soltanto delle difficoltà emerse nelle ultime settimane sul mercato, ma di una sensazione più profonda: quella di una società che sembra muoversi con margini estremamente ridotti, costretta spesso a correggere la rotta dopo aver sfiorato obiettivi che sembravano ormai acquisiti. In tutto questo, però, c’è una certezza che continua a distinguersi dalle altre: il pubblico.

Gli abbonamenti hanno raggiunto quota 10.634, appena 1.446 in meno rispetto alle 12.080 tessere sottoscritte nella passata stagione, con la campagna ancora aperta. Un dato che, alla luce dell’estate vissuta, assume un peso persino maggiore. I tifosi hanno risposto ancora una volta presente, nonostante la vicenda della fideiussione, le settimane di tensione, le operazioni di mercato sfumate e una rosa che a pochi giorni dall’esordio resta incompleta. Una vittoria domenica contro l’Inter U23 oppure un innesto capace di riaccendere l’entusiasmo potrebbero imprimere un’ulteriore accelerazione alle sottoscrizioni.

Il problema è che proprio quest’ultima ipotesi, oggi, appare tutt’altro che semplice da concretizzare. Al di là della fideiussione, poi sistemata ma con tempi certamente lontani dall’essere rassicuranti, il mercato sta mostrando in maniera sempre più evidente quanto la capacità di spesa del club sia limitata. Si può parlare di strategia, sostenibilità e volontà di non partecipare ad aste. Tutto legittimo. Ma quando lo stesso copione tende a ripetersi, diventa difficile non interrogarsi su quanto quella linea sia realmente una scelta e quanto invece rappresenti una necessità.

I primi segnali erano arrivati già nel momento della scelta dell’allenatore. Prima Fabio Caserta, poi PIetro De Giorgio, infine Emilio Longo. Il Catania è arrivato alla terza soluzione tecnica dopo che le prime interlocuzioni non avevano prodotto l’accordo, anche per questioni legate alle condizioni economiche. Longo non è certo responsabile di questo quadro e merita di essere valutato esclusivamente per il lavoro che riuscirà a compiere, ma quella sequenza aveva già suggerito che il club si sarebbe mosso durante l’estate con parametri molto differenti rispetto alle aspettative di una piazza che continua a ragionare in termini di promozione.

Il mercato ha rafforzato questa impressione. Sono arrivati Filippo Rinaldi, Cristian De Falco, Gabriele Pagliai, Luca Mihai, Marco Perrotta, Edoardo Masciangelo, Christian Torre, Michael Liguori, Catello Amendola e Flavio Russo. Dieci volti nuovi, ma con una caratteristica comune molto evidente: operazioni costruite prevalentemente attraverso svincolati o prestiti. Una campagna condotta riducendo al minimo gli investimenti sui cartellini e cercando occasioni compatibili con un bilancio evidentemente sottoposto a forti vincoli.

Intanto, per liberarsi di alcuni contratti pesanti, il Catania ha dovuto mettere mano al portafoglio. Le uscite di Gregorio Luperini e Giovanni Di Noia, così come la rescissione di Tiago Casasola, successivamente approdato a Brescia, hanno richiesto soluzioni economiche che hanno inevitabilmente inciso. Il paradosso è evidente: il club deve spendere per liberarsi di alcuni giocatori prima ancora di poter investire per sostituirli.

Ed è proprio qui che emerge uno dei problemi strutturali di questa estate. Il mercato in uscita è quasi bloccato perché diversi elementi non più centrali nel progetto percepiscono stipendi molto elevati per la Serie C. Convincere un’altra società ad assumersi integralmente quei contratti è complicato; farlo con calciatori sopra i trent’anni lo è ancora di più. Il risultato è una rosa che resta appesantita da costi ereditati dal passato e che limita fortemente la capacità di movimento del direttore sportivo Fortunato Varrà.

La situazione diventa ancora più evidente osservando ciò che sta accadendo a centrocampo, il reparto che più di ogni altro avrebbe avuto bisogno di un salto di qualità. Mattia Vitale sembrava praticamente definito, ma davanti alla proposta leggermente superiore della Salernitana il Catania non ha rilanciato. Si è parlato di coerenza con l’accordo precedentemente raggiunto, di una società non intenzionata a partecipare ad aste. È una posizione rispettabile, ma è impossibile non osservare il dato concreto: al primo inserimento economicamente più forte di un concorrente, il giocatore ha preso un’altra strada.

Poi è arrivato il caso Matteo Ricci, persino più singolare. Accordo raggiunto, arrivo in città programmato, visite mediche fissate. Sembrava mancare soltanto la firma. Poi, improvvisamente, il giocatore è sparito dai radar e la trattativa si è interrotta. La modalità è certamente differente rispetto alla vicenda Vitale e sarebbe sbagliato attribuire automaticamente tutto a una questione economica, ma il risultato non cambia: un altro centrocampista considerato praticamente acquisito non vestirà il rossazzurro.

Anche Yuri Rocchetti rappresenta un’altra operazione arrivata a un passo dalla conclusione per poi finire nel limbo. Il calciatore avrebbe voluto raggiungere il ritiro, il Catania sperava di averlo addirittura a disposizione per Parma, ma la Cremonese ha frenato e l’affare è stato congelato. A quel punto la società ha dovuto cambiare rapidamente obiettivo, chiudendo per Edoardo Masciangelo. Un giocatore esperto e con un curriculum importante, certamente utile per la categoria, ma anche l’ennesima soluzione individuata in corsa dopo il blocco della prima scelta.

Tre trattative, tre percorsi diversi, tre affari che sembravano arrivati praticamente al traguardo e che hanno improvvisamente preso un’altra direzione. Una coincidenza può capitare. Due iniziano a fare riflettere. Tre, nel giro di pochi giorni, descrivono quantomeno un mercato nel quale il Catania fatica tremendamente a trasformare le intese in firme.

Ed ecco che per il centrocampo torna a circolare Lorenzo Crisetig, un nome che a Catania compare ciclicamente da anni. A gennaio compirà 34 anni ed è svincolato. Potrebbe essere soltanto l’ennesima voce di mercato e sarebbe ingeneroso giudicare un’operazione che ancora non esiste, ma se dovesse concretizzarsi sarebbe difficile non cogliere una contraddizione rispetto all’idea, spesso evocata, di ringiovanire la rosa. Dopo Vitale e Ricci, passare a un altro parametro zero ultratrentenne avrebbe il sapore più di una soluzione dettata dalle circostanze che di una prima scelta costruita all’interno di una strategia precisa.

È questo, forse, il punto più delicato dell’intera vicenda. Il problema non è l’assenza di nomi altisonanti. In Serie C non si vince collezionando figurine e uno svincolato può rivelarsi molto più funzionale di un acquisto costoso. Il problema è la sensazione di una programmazione continuamente condizionata dagli eventi, con Varrà obbligato ad adattarsi, rincorrere alternative e trovare soluzioni all’interno di margini economici molto stretti.

E resta sullo sfondo l’ipotesi che per sbloccare davvero il mercato possa diventare necessario sacrificare uno dei pochi elementi dotati di valore economico importante. Kaleb Jimenez continua ad avere estimatori e rappresenta uno dei giocatori monetizzabili della rosa. Cicerelli ha un peso tecnico e simbolico enorme, oltre a una situazione contrattuale che continua a richiedere attenzione. Il rischio è che, per poter finanziare alcune operazioni in entrata, il Catania finisca per dover indebolire altrove ciò che dovrebbe invece rafforzare.

Poi c’è Longo. Il tecnico ha lavorato per settimane con un organico inevitabilmente provvisorio, cercando di trasmettere rapidamente la propria idea di calcio. Contro il Parma si sono intraviste cose interessanti: volontà di gestire il pallone, personalità, ricerca del possesso anche contro una squadra di Serie A. Ma sono emersi altrettanto chiaramente i limiti: circolazione spesso troppo lenta, poche accelerazioni, difficoltà nel trasformare il possesso in occasioni e una concretezza offensiva ancora insufficiente.

Non si può chiedere a Longo di completare in poche settimane un processo tecnico mentre la squadra continua a cambiare. Eppure il campionato non aspetta. Domenica arriva l’Inter U23 e da quel momento i punti cominceranno a pesare realmente. Le quote dei bookmakers possono anche collocare il Catania tra le principali favorite del Girone C, ma il campo non conosce previsioni. E soprattutto non conosce il blasone.

Oggi il Catania è un cantiere aperto. Lo è nella rosa, lo è sul mercato e, soprattutto, lo è nella percezione complessiva del progetto. Non significa che la squadra non possa diventare competitiva o che gli ultimi giorni di mercato non possano cambiare radicalmente il quadro. Significa semplicemente riconoscere ciò che questa estate sta mostrando con una chiarezza difficile da ignorare.

La nota positiva continua a provenire da chi, ancora una volta, non si è tirato indietro: 10.634 abbonati in un’estate segnata da fideiussione, dubbi, trattative sfumate e domande ancora senza risposta rappresentano un patrimonio enorme. È la dimostrazione che la città continua a fare la propria parte.

Adesso tocca al Catania. Perché dopo un’estate trascorsa tra accordi mancati, frenate improvvise e soluzioni alternative, non bastano più formule come "non partecipiamo ad aste". Serve dimostrare che dietro quella linea esiste davvero una strategia sostenibile capace di costruire una squadra all’altezza delle ambizioni dichiarate.

Il gong del mercato si avvicina. Varrà deve ancora completare il lavoro, Longo deve trasformare un gruppo incompleto in una squadra e la società deve restituire serenità a un ambiente che, pur continuando a sostenerla, non vedeva da tempo un’estate così piena di interrogativi. Il tempo per raddrizzare il quadro esiste ancora. Ma è sempre meno.