Catania, fideiussione e silenzi: quando gli slogan non bastano più
08-08-2026 10:43 -
Autore. Andrea Mazzeo
Scrivere un editoriale sul Catania, oggi, è probabilmente più complicato del solito. Non perché manchino gli argomenti, ma perché il rischio è quello di scivolare troppo facilmente nel giudizio personale, nella rabbia, nella delusione. Eppure, forse mai come in questo momento, sono proprio i fatti a rendere superfluo qualsiasi eccesso retorico.
Perché quando una società arriva alla vigilia del primo impegno ufficiale della stagione e deve comunicare di non essere riuscita a depositare nei tempi previsti una fideiussione necessaria per utilizzare una parte consistente della nuova rosa, non serve costruire accuse. È sufficiente mettere in fila ciò che è accaduto.
E la sequenza degli ultimi mesi racconta qualcosa che va ben oltre Vicenza-Catania, oltre una partita di Coppa Italia e persino oltre la fideiussione stessa.
La nuova stagione rossazzurra nasceva già con una ferita difficile da rimarginare. L'ultima immagine realmente pesante della precedente annata era stata quella di Ascoli, dove il Catania aveva perso 4-0 la semifinale d'andata dei playoff compromettendo quasi definitivamente la corsa alla Serie B. Al ritorno arrivò una reazione d'orgoglio davanti a un Massimino pieno, ma non bastò. Era terminata un'altra stagione senza promozione, nonostante investimenti, ambizioni e una squadra costruita per provare a vincere.
Dopo quella eliminazione, ancora una volta, il silenzio.
Non è una sensazione maturata soltanto all'esterno. Anche i quotidiani locali e nazionali, nei giorni successivi alla conclusione della stagione, avevano posto l'accento sulla scelta del club di non spiegare immediatamente cosa non avesse funzionato. Il problema della comunicazione, dunque, non nasce oggi e non nasce con una fideiussione. È diventato negli anni uno degli elementi più facilmente riconoscibili della gestione Pelligra.
A Catania questo atteggiamento è stato spesso definito, magari anche con una certa indulgenza, "british": parlare poco, lavorare molto, lasciare che siano i risultati a spiegare le strategie.
Il modello può funzionare. Ma ad una condizione elementare: che siano realmente i fatti a parlare.
Quando invece i risultati sportivi non arrivano, gli obiettivi vengono mancati e contemporaneamente si verificano incidenti amministrativi, il silenzio smette di sembrare riservatezza e comincia inevitabilmente ad apparire distanza.
Catania non è una piazza qualsiasi. Non perché debba essere assecondata in ogni richiesta o perché una società debba raccontare pubblicamente ogni trattativa, ogni bilancio o ogni decisione interna. Ma perché stiamo parlando di una città che vive il calcio con una partecipazione fuori scala per la categoria. Le immagini di oltre ventimila persone al Massimino durante i playoff lo hanno ricordato ancora una volta.
In questo contesto, comunicare significa soprattutto costruire fiducia.
E proprio la fiducia è oggi il capitale che rischia di essere maggiormente eroso.
Ross Pelligra, dopo settimane di silenzio, aveva assicurato che avrebbe continuato a investire e che il progetto sarebbe proseguito con Vincenzo Grella. Aveva riconosciuto la necessità di correggere gli errori e migliorare il club sotto il profilo sportivo, strutturale e manageriale.
Parole legittime. Persino necessarie.
Ma dalle parole doveva necessariamente cominciare una stagione della concretezza.
Il nuovo allenatore, Emilio Longo, è stato ufficializzato solamente il 3 luglio. La sua prima vera conferenza pubblica è arrivata una settimana dopo. Longo spiegò divoler osservare per dieci-quindici giorni il gruppo prima di stabilire chi dovesse restare e quali rinforzi fossero necessari. Una scelta tecnica perfettamente comprensibile, ma che inevitabilmente ha ritardato ulteriormente la definizione della rosa.
Nel frattempo il Catania ha scelto una preparazione particolare: prima fase al Massimino dal 13 al 26 luglio, seconda parte a Norcia fino alla vigilia della Coppa Italia. Una soluzione ufficialmente programmata in anticipo, ma certamente inconsueta per una squadra professionistica costretta ad allenarsi per due settimane nel caldo catanese prima di trasferirsi in Umbria.
Longo, intanto, si è trovato a lavorare con una rosa inevitabilmente ibrida.
Giocatori destinati probabilmente a partire, altri da valutare, nuovi innesti arrivati progressivamente, operazioni in uscita indispensabili per alleggerire il monte ingaggi. È emersa chiaramente una linea societaria diversa rispetto alle precedenti campagne trasferimenti: maggiore attenzione alla sostenibilità, al costo complessivo dell'organico e alla possibilità di abbassare età e stipendi.
Una scelta che non deve essere demonizzata.
Anzi, dopo stagioni nelle quali il Catania ha speso molto senza riuscire a conquistare la Serie B, interrogarsi sul rapporto tra costi e risultati sarebbe persino doveroso. Una società non diventa necessariamente più forte perché paga stipendi più alti. La Serie C è piena di esempi di squadre organizzate, sostenibili e capaci di ottenere risultati superiori a club economicamente più esposti.
Il problema non è dunque la sostenibilità.
Il problema è cosa si intenda realmente per sostenibilità.
Se significa programmare prima, individuare giocatori funzionali al sistema dell'allenatore, ridurre sprechi, costruire asset patrimoniali e investire sui giovani, allora è una strategia.
Se invece sostenibilità diventa sinonimo di attesa permanente, rinuncia alle operazioni considerate costose, necessità di liberare un ingaggio prima di poterne acquisire un altro e completamento della squadra nelle ultimissime giornate di mercato, allora il confine tra programmazione e contenimento dei costi diventa molto più sottile.
Ed è qui che nascono gli interrogativi.
Il centrocampo, reparto che negli ultimi anni ha evidenziato più volte limiti strutturali, non è stato rivoluzionato. L'attaccante capace di sostituire il peso realizzativo garantito da Forte non è ancora arrivato. Diverse operazioni sono rimaste sospese o non si sono concretizzate.
Può essere una scelta.
Il mercato chiude più avanti e il Catania può ancora intervenire pesantemente. Nessuno assegna i campionati ad agosto.
Ma una cosa è aspettare consapevolmente occasioni migliori. Un'altra è essere costretti ad aspettare.
Ed è proprio la vicenda della fideiussione che obbliga oggi a chiedersi quale delle due interpretazioni sia quella corretta.
Fino a ieri si poteva discutere di strategie. Da ieri sera esiste un fatto amministrativo.
Il Catania ha ufficialmente ammesso di non essere riuscito a rispettare la scadenza collegata alla fideiussione necessaria per rendere utilizzabili i nuovi tesseramenti nella gara contro il Vicenza. Il club ha spiegato che sono emersi problemi tecnico-burocratici e che l'anticipo della scadenza di tre giorni, determinato dalla partecipazione alla Coppa Italia, non ha consentito di completare l'iter. La società assicura di lavorare per arrivare regolarmente al 10 agosto, indicato come termine originario.
Fin qui la versione ufficiale.
Ed è giusto riportarla.
Ma è altrettanto corretto interrogarsi.
Perché la fideiussione richiesta per poter operare oltre determinati parametri economici non è un evento imprevedibile. Non è un infortunio dell'ultimo minuto, non è una trattativa saltata perché un calciatore ha cambiato idea, non è una partita rinviata dalla pioggia.
È un adempimento.
Può certamente incontrare ostacoli bancari, burocratici, tecnici. Ma proprio perché il club aveva già vissuto due anni fa una vicenda analoga, era ragionevole attendersi che questa volta ogni margine di rischio fosse eliminato molto prima della scadenza.
E il precedente non è una ricostruzione giornalistica.
Nel 2024 la FIGC sanzionò ufficialmente il Catania con un punto di penalizzazione, mentre Rosario Pelligra e Vincenzo Grella ricevettero 45 giorni di inibizione, per l'omessa presentazione nei termini della garanzia integrativa prevista dalle norme federali.
È questo che rende la vicenda attuale molto più difficile da accettare.
Sbagliare una volta può succedere.
Ritrovarsi due anni dopo davanti a una situazione amministrativamente simile trasforma inevitabilmente l'incidente in un problema di metodo.
Due anni fa furono individuate responsabilità interne e Pelligra intervenne duramente sulla struttura. Oggi, dunque, la domanda nasce spontanea: se erano state rimosse le cause di quell'errore, perché il Catania si ritrova nuovamente a spiegare ai propri tifosi che una fideiussione non è stata depositata in tempo?
Non significa che le due vicende siano tecnicamente identiche. Non significa nemmeno che il Catania subirà automaticamente una nuova penalizzazione. Oggi non è possibile affermarlo e tutto dipenderà dagli adempimenti successivi e dalle eventuali valutazioni degli organi competenti.
Ma politicamente e managerialmente il precedente pesa enormemente.
Perché una società professionistica deve prima di tutto essere affidabile nelle scadenze.
Prima ancora del centravanti.
Prima ancora del centrocampista.
Prima ancora della maglia nera, del marketing, del nuovo sponsor e persino del risultato di Vicenza.
E la scena che si presenterà questa sera al "Menti" rende plastica la dimensione del problema: Emilio Longo dovrà affrontare il primo impegno ufficiale senza dieci calciatori altrimenti utilizzabili, tra nuovi acquisti e posizioni contrattuali legate alla nuova stagione.
È difficile immaginare una rappresentazione più evidente di una difficoltà gestionale.
In un club organizzato il tecnico dovrebbe preoccuparsi di scegliere chi lasciare fuori. Longo, invece, deve capire chi può materialmente portare in panchina.
Ed è qui che la comunicazione ufficiale rischia di produrre l'effetto contrario rispetto a quello sperato.
È positivo che il Catania abbia deciso di non nascondere il problema. Questa volta non sono stati rumors, indiscrezioni o giornalisti a costringere la società a intervenire. Il CdA ha comunicato direttamente la difficoltà.
Ma quella che dovrebbe essere normalità non può essere trasformata in merito straordinario.
La trasparenza è utile quando accompagna la gestione. Non quando arriva poche ore prima che gli effetti della gestione diventino impossibili da nascondere.
Come avrebbe potuto il Catania presentarsi a Vicenza con quindici giocatori senza spiegare nulla?
Cosa avrebbe dovuto raccontare Longo?
Un virus collettivo?
Una scelta tecnica?
Un improvviso turnover?
L'autodenuncia evita certamente una situazione ancora più imbarazzante, ma non risolve il problema originario.
E soprattutto non risponde alla domanda più importante: perché?
"Problemi tecnico-burocratici" è una spiegazione, ma non ancora una risposta completa.
Quali problemi?
Quando sono emersi?
Perché non erano stati previsti?
Perché una società che conosceva perfettamente l'esistenza dell'adempimento è arrivata a ridosso della scadenza?
Sono domande legittime, non attacchi.
Ed è proprio qui che il rapporto tra Catania e la propria proprietà deve entrare in una fase diversa.
Perché esistono due narrazioni che oggi sembrano convivere senza riuscire a conciliarsi.
Da una parte c'è un proprietario che ha investito cifre rilevanti, che ha acquistato Torre del Grifo per 5,5 milioni di euro e che ha saldato l'operazione, presentando il centro sportivo come uno degli asset fondamentali del futuro del club. Le informazioni pubbliche disponibili confermano il pagamento del saldo e l'avvio di un percorso per il recupero della struttura.
Questo elemento va ricordato, perché sarebbe scorretto sostenere che Pelligra non abbia investito nel Catania.
Lo ha fatto.
E Torre del Grifo rappresenta probabilmente l'investimento patrimoniale più importante dell'intera esperienza della nuova proprietà.
Dall'altra parte, però, esiste una gestione ordinaria che continua a produrre momenti di incomprensibile fragilità.
Ed è proprio questa contraddizione a rendere tutto più difficile da comprendere.
Come può una proprietà capace di sostenere un investimento immobiliare multimilionario trovarsi contemporaneamente nella condizione di non riuscire a completare nei tempi un adempimento necessario per tesserare i propri giocatori?
È un problema di liquidità?
È un problema bancario?
È un problema organizzativo?
È un problema di coordinamento tra Australia e Italia?
È un problema di deleghe?
È un problema di procedure?
Oppure è una precisa scelta della holding di ridurre l'esposizione finanziaria sul club?
Non sappiamo quale sia la risposta.
Ed è importante non trasformare le domande in sentenze.
Non esiste, sulla base degli elementi pubblici disponibili, la prova che Pelligra abbia "chiuso i rubinetti". Sostenerlo come fatto sarebbe scorretto.
Ma proprio per questo dovrebbe essere la società a sgomberare il campo.
Perché quando mancano le informazioni, il vuoto viene riempito dalle supposizioni.
E il Catania negli ultimi anni ha spesso lasciato troppo spazio alle supposizioni.
È forse questo il vero limite della gestione: non necessariamente la mancanza di investimenti, ma la difficoltà nel trasformarli in una struttura societaria percepibile come solida, lineare, prevedibile.
Il calcio professionistico moderno non è soltanto acquistare giocatori.
È amministrazione, tesoreria, licensing, compliance federale, contrattualistica, scouting, comunicazione, infrastrutture, marketing, area tecnica.
Serve un'organizzazione nella quale ogni settore sappia cosa deve fare e soprattutto quando deve farlo.
Ed è inevitabile chiedersi se il Catania possieda oggi questa macchina.
Perché dal ritorno tra i professionisti sono cambiati allenatori, direttori sportivi, dirigenti e strategie. Ogni stagione è sembrata aprire un nuovo ciclo prima ancora che quello precedente fosse realmente analizzato.
Il problema, allora, potrebbe non essere più individuare il prossimo allenatore o il prossimo direttore.
Forse sarebbe opportuno chiedersi se sia l'architettura complessiva del club ad avere bisogno di una revisione.
Una società forte non deve dipendere dalla telefonata del presidente dall'Australia per ogni scelta importante.
Deve avere responsabilità definite.
Deve avere dirigenti dotati di autonomia e contemporaneamente chiamati a rispondere dei risultati.
Deve avere procedure che rendano impossibile accorgersi a ridosso di una scadenza che qualcosa non funziona.
La proprietà deve fissare obiettivi e disponibilità economiche. Il management deve trasformarli in operatività.
Se ogni estate si arriva a chiedersi chi decida cosa, chi abbia l'ultima parola, quali risorse siano effettivamente disponibili e quali siano le reali ambizioni sportive, significa che qualcosa nella catena decisionale continua a non essere percepito con chiarezza.
E poi ci sono i tifosi.
Gli stessi ai quali il Catania, presentando la campagna abbonamenti "Essere Catania", ha rivolto un messaggio fortissimo.
Il club ha scritto che essere Catania significa avere consapevolezza del proprio dovere nei confronti della città e dei sostenitori e agire con senso di responsabilità "ad ogni livello". Ha parlato di impegno, serietà, volontà, appartenenza e della necessità di meritare il privilegio di rappresentare Catania.
Parole bellissime.
Forse persino troppo belle, oggi.
Perché uno slogan diventa impegnativo proprio quando viene messo alla prova.
"Essere Catania" non può significare soltanto chiedere ai tifosi di riempire il Massimino.
Non può essere soltanto una campagna marketing.
Se diventa identità societaria, allora deve valere nello spogliatoio come negli uffici. Esattamente come ha scritto il club.
E dunque il rispetto di una scadenza federale è "Essere Catania".
La programmazione è "Essere Catania".
Presentare all'allenatore una rosa completa è "Essere Catania".
Spiegare i problemi quando emergono è "Essere Catania".
E soprattutto non ripetere errori già commessi è "Essere Catania".
La risposta della tifoseria, ancora una volta, è arrivata prima di quella del campo.
La campagna è partita il 14 luglio e migliaia di sostenitori hanno rinnovato o acquistato l'abbonamento senza conoscere ancora la versione definitiva della squadra. Il dato aveva già superato quota ottomila alla vigilia del caso fideiussione.
È forse questo l'elemento che rende tutto ancora più amaro.
La gente non ha chiesto garanzie.
Le ha date.
Ha comprato una stagione ancora prima che la squadra fosse completata.
Ha accettato il nuovo corso, la riduzione dei costi, il ringiovanimento, l'attesa sul mercato.
Ha accettato persino di partire senza essere considerata, almeno sulla carta, la favorita assoluta.
Quello che quella gente chiede in cambio non è necessariamente un centravanti da venti gol.
È credibilità.
E la credibilità non si compra sul mercato.
Si costruisce attraverso una sequenza di comportamenti coerenti.
Per questo Vicenza-Catania, paradossalmente, conta poco.
Il Catania potrebbe persino vincere stasera e nulla cambierebbe nella sostanza di ciò che è accaduto.
La partita più importante si gioca altrove.
La prima scadenza è il 10 agosto.
La seconda non è scritta in nessun regolamento: è quella della chiarezza.
Se tutto sarà regolarizzato, benissimo. Sarà evitato lo scenario peggiore e i nuovi giocatori potranno diventare pienamente disponibili.
Ma non sarebbe sufficiente archiviare tutto con un "problema risolto".
Il Catania dovrebbe spiegare cosa è successo.
Non per alimentare processi.
Esattamente per evitarli.
Perché se davvero esistono problemi esclusivamente tecnico-burocratici, raccontarli servirebbe a proteggere la proprietà dalle interpretazioni peggiori.
Se invece esiste una nuova strategia finanziaria, sarebbe altrettanto utile comunicarla.
Se Pelligra vuole costruire un Catania più sostenibile, lo dica apertamente.
Se l'obiettivo è ridurre drasticamente il monte ingaggi e sviluppare giovani, lo si presenti come un nuovo ciclo. Se la Serie B non deve essere necessariamente conquistata immediatamente, si abbia il coraggio di ridimensionare pubblicamente le aspettative.
Una piazza può accettare perfino un progetto meno ambizioso.
Ciò che difficilmente accetta è sentirsi raccontare una cosa e percepirne un'altra.
Ed è qui che torna quell'espressione: "Essere Catania".
Essere Catania significa soprattutto comprendere cosa rappresenti quel nome.
Non serve evocare continuamente la Serie A, il grande Catania di Pulvirenti o il "Barcellona della Sicilia". Quella storia appartiene a un'altra società e a un'altra epoca.
Ma proprio perché quella città ha conosciuto livelli altissimi e successivamente un fallimento traumatico, oggi è ancora più sensibile alla solidità societaria.
I tifosi hanno già visto cosa significhi perdere tutto. È comprensibile che reagiscano con rabbia quando riaffiorano problemi amministrativi.
E proprio per questo una proprietà che vuole costruire qualcosa di duraturo dovrebbe trattare la credibilità come il primo asset del bilancio.
Non basta possedere Torre del Grifo.
Bisogna costruire un club all'altezza di Torre del Grifo.
Non basta acquistare calciatori.
Bisogna poterli schierare.
Non basta parlare di sostenibilità.
Bisogna rendere sostenibile anche l'organizzazione.
Non basta chiedere appartenenza.
Bisogna dimostrarla nella gestione quotidiana.
Il rischio maggiore, oggi, non è perdere contro il Vicenza.
Non è neppure partire con una squadra ancora incompleta.
Il rischio vero è che nella tifoseria si consolidi l'idea che qualsiasi promessa possa essere smentita da un nuovo imprevisto.
Quando accade, il problema non è più sportivo.
Diventa fiduciario.
Ed è molto più difficile recuperare fiducia che recuperare tre punti in classifica.
Il Catania può ancora correggere tutto. Il mercato non è finito, la stagione non è cominciata, la fideiussione può essere regolarizzata entro il termine indicato e la rosa può essere completata.
Ma questa volta non dovrebbe bastare sistemare le carte.
Servirebbe sistemare il rapporto con la città. Spiegare.
Assumersi responsabilità.
Individuare eventuali errori.
Dire cosa cambierà affinché non accada nuovamente.
Perché dopo il precedente del 2024 non sarebbe credibile limitarsi a considerare quanto avvenuto un semplice incidente di percorso.
La società ha scelto uno slogan estremamente impegnativo.
Adesso deve sostenerne il peso.
Perché "Essere Catania" non può essere soltanto ciò che si chiede ai tifosi richiamandoli all'ordine per staccare tessere. Deve essere, prima di tutto, ciò che il Catania pretende da sé stesso.