Catania, fallimento totale: errori dirigenziali, silenzi e futuro sempre più nebuloso
28-05-2026 15:42 -
Autore: Andrea Mazzeo
Il 4-0 del Del Duca è stato soltanto l’epilogo. Violento, umiliante, devastante. Ma sarebbe profondamente sbagliato pensare che il fallimento del Catania nasca in una notte marchigiana o nella doppia semifinale playoff contro l’Ascoli. Quella batosta rappresenta semmai il punto finale di una stagione costruita male, gestita peggio e trascinata avanti tra improvvisazioni, silenzi e decisioni che hanno progressivamente sgretolato entusiasmo, credibilità e fiducia attorno al progetto rossazzurro.
Il giorno dopo l’eliminazione lascia nell’aria una sensazione ancora più pesante: quella di un’occasione clamorosamente buttata via. Perché il Catania, almeno economicamente, partiva con mezzi fuori categoria. Una società capace di investire cifre enormi per la Serie C, una proprietà forte, una piazza da ventimila spettatori e un ambiente che, nonostante tutto, ha continuato a seguire la squadra ovunque. Eppure, ancora una volta, il risultato finale è stato un pugno nello stomaco.
Il problema, però, è che oggi non si può più parlare di semplice delusione sportiva. Qui siamo davanti a un fallimento sistemico. Un fallimento dirigenziale, tecnico, organizzativo e comunicativo. Un fallimento che coinvolge ogni area del club e che rischia seriamente di aprire una frattura definitiva tra società e ambiente.
Per mesi il Catania ha dato la sensazione di essere una società chiusa dentro sé stessa, incapace di comprendere realmente la città che rappresenta. L’assenza quasi totale di comunicazione è diventata col tempo un simbolo negativo della gestione. Nessun confronto nei momenti critici, nessuna spiegazione davanti alle scelte più contestate, nessuna presenza pubblica quando sarebbe servito metterci la faccia. Una distanza enorme con tifosi e stampa che ha finito per esasperare ulteriormente il clima.
Eppure, in una piazza come Catania, il rapporto con l’ambiente è fondamentale. Non si può pretendere di costruire un progetto vincente isolandosi dietro il silenzio o dietro una gestione “british” che poco si adatta alla passionalità e alla pressione del calcio siciliano. La città chiedeva chiarezza, pretendeva spiegazioni, voleva capire. Ha ricevuto invece soltanto silenzi, porte chiuse e tempi sbagliati. Sempre.
Sbagliati i tempi quando si è deciso di esonerare Toscano dopo una vittoria, in una situazione che aveva lasciato increduli persino i giocatori. Sbagliati i tempi nel richiamarlo successivamente, dopo aver affidato la squadra a Viali in quella che ancora oggi appare come una scelta incomprensibile. Con tutto il rispetto per il tecnico, il suo arrivo non ha mai trasmesso la sensazione di un salto di qualità o di una svolta credibile per una squadra che avrebbe dovuto puntare alla promozione. Anzi, quella decisione ha dato l’impressione di aumentare ulteriormente la confusione all’interno del club.
Ed è proprio questo il tema centrale: la confusione. Perché il Catania, soprattutto dopo gennaio, è sembrato un organismo senza una linea comune. Una società che decideva da una parte, un allenatore che chiedeva altro, un mercato costruito senza una reale visione tecnica condivisa. Le parole pronunciate da Toscano dopo l’eliminazione sono state chiarissime: “A gennaio si è rotto qualcosa”. Una frase pesantissima che fotografa la spaccatura creatasi all’interno del progetto.
Il mercato di riparazione è stato uno dei grandi errori stagionali. Il Catania aveva bisogno di corsa, intensità, qualità e alternative funzionali al sistema di gioco. Sono arrivati invece giocatori fuori condizione, elementi poco adatti o profili che hanno inciso minimamente. Bruzzaniti, costoso e mai realmente determinante. Cargnelutti praticamente inutile alla causa. Di Noia simile a giocatori già presenti in rosa mentre servivano caratteristiche completamente differenti. Ponsi arrivato acciaccato. Miceli utile ma non sufficiente a risolvere problemi strutturali. Operazioni che hanno finito per aumentare la sensazione di improvvisazione.
E poi c’è il nodo legato alla costruzione stessa della rosa. Contratti lunghi e pesanti, come quello triennale a Caturano a 35 anni, rischiano oggi di trasformarsi in zavorre economiche difficili da gestire. Anche qui emerge una mancanza di programmazione evidente. Si è ragionato più sull’immediato che sulla sostenibilità tecnica futura.
Ma il problema non riguarda soltanto il campo. Da troppo tempo il Catania continua a convivere con questioni mai risolte. Una su tutte: gli allenamenti sul ridotto del Cibalino. Possibile che una società con queste ambizioni non sia ancora riuscita a dotarsi di strutture adeguate? Possibile che ogni anno si continui a navigare nell’emergenza senza affrontare definitivamente il problema? È un dettaglio che dettaglio non è, perché il livello delle strutture incide direttamente sulla qualità del lavoro quotidiano.
Così come non può più essere ignorato il tema dei continui infortuni. Da quando il Catania è tornato in Serie C, ogni stagione è stata caratterizzata da una quantità impressionante di stop muscolari, ricadute e problemi fisici. Un’emergenza continua diventata ormai quasi normalità. E quando una situazione si ripete sistematicamente per anni, non può essere soltanto sfortuna. C’è evidentemente qualcosa che non funziona nella gestione atletica, nella preparazione o nei carichi di lavoro. Anche su questo la società non è mai riuscita a dare spiegazioni convincenti.
Il clima interno, nel frattempo, è progressivamente degenerato. Toscano, una volta richiamato, avrebbe chiesto isolamento totale durante il ritiro di Veronello. Allenamenti blindati, pochissime presenze autorizzate, un ambiente diventato improvvisamente sospettoso e teso. Segnale evidente di una rottura ormai profonda tra le varie anime del club.
E mentre il campo crollava, la società continuava a trasmettere l’impressione di vivere in una realtà parallela. Emblematiche anche certe situazioni legate alla comunicazione interna: trasferte affrontate senza addetti stampa, fotografi e videomaker lasciati a casa, silenzi continui, gestione delle relazioni esterne praticamente inesistente. In una società moderna il rapporto con l’ambiente è parte integrante del progetto sportivo. A Catania, invece, è sembrato quasi un fastidio da limitare.
Nel frattempo, attorno alla squadra, la città continuava comunque a rispondere. Venti mila persone al Massimino per credere nell’impresa contro l’Ascoli rappresentano l’ennesima dimostrazione d’amore di una tifoseria straordinaria. Ed è proprio questo che rende ancora più pesante il senso di tradimento percepito oggi da gran parte dell’ambiente rossazzurro.
Adesso inevitabilmente si aprirà il tema della rifondazione. Perché è difficile immaginare che questa rosa possa rappresentare la base del futuro. I calciatori realmente da confermare sono pochissimi. Servirà una rivoluzione profonda sotto il profilo tecnico, caratteriale e mentale.
Ma la rivoluzione dovrà coinvolgere anche la dirigenza. Perché se il progetto è fallito, non può pagare soltanto l’allenatore o una parte dello spogliatoio. Servono assunzioni di responsabilità vere. Ecco perché ha fatto discutere anche la presenza al Massimino di Fortunato Varrà, visto dialogare con Ross Pelligra nelle ore antecedenti all’eliminazione. Un profilo che, almeno osservando curriculum e percorso recente, non sembra accendere l’entusiasmo di una piazza già profondamente diffidente verso le scelte societarie.
Il timore, oggi, è che il Catania continui a ripetere gli stessi errori senza imparare realmente nulla dalle sconfitte accumulate in questi anni. Ed è questo il pensiero che più spaventa l’ambiente. Perché il prossimo Girone C si annuncia infernale: piazze storiche, pressioni enormi, organici competitivi e margine d’errore praticamente nullo.
E il Catania, in questo momento, sembra arrivarci senza certezze, senza identità e senza una direzione chiara. Nebbia fitta all’orizzonte. Con una sola certezza: dopo aver speso milioni e consumato tre stagioni tra illusioni e caos, adesso non bastano più slogan o promesse. La città pretende competenza, autocritica e scelte finalmente all’altezza della propria storia.