EDITORIALE - Catania, segnali e limiti: così i playoff fanno paura
24-03-2026 09:07 -
Autore: Andrea Mazzeo
C’è un’immagine che sintetizza meglio di qualunque dato statistico la serata del “Massimino”: il Catania che trova il vantaggio, alza i giri del motore, sembra avere finalmente in mano la partita… e poi, nel momento in cui dovrebbe chiuderla, si smarrisce, perde lucidità e concede all’avversario l’occasione per rientrare. È in questo passaggio, più ancora che nel risultato finale, che si annida il vero nodo di questa squadra.
L’esordio interno di William Viali ha portato con sé un cambio evidente, prima ancora che nei risultati, nelle intenzioni. Il passaggio al 4-2-3-1 ha disegnato un Catania più offensivo, più verticale nelle idee, con tre uomini alle spalle di Caturano chiamati a muoversi tra le linee e a creare superiorità. Una scelta chiara: aumentare il peso specifico negli ultimi trenta metri, dare più soluzioni tra le linee, liberare qualità. Ma la sensazione, soprattutto nella prima parte di gara, è che questa struttura sia ancora lontana dall’essere assimilata.
Il primo tempo è stato emblematico. La squadra si è allungata, ha perso distanze e riferimenti, e soprattutto ha sofferto tremendamente la gestione delle transizioni. Di Tacchio e Quaini si sono ritrovati spesso a dover coprire troppo campo, senza un adeguato supporto dei trequartisti, mentre gli esterni difensivi, spinti in avanti, lasciavano spazi che il Casarano ha sfruttato con continuità. Il risultato è stato un Catania prevedibile in fase di costruzione e vulnerabile quando perdeva palla. Un equilibrio fragile, che ha reso la manovra macchinosa e poco incisiva.
E qui emerge un primo tema: le idee ci sono, ma la loro applicazione è ancora confusa. Il Catania prova a giocare, ma lo fa senza tempi e senza pulizia tecnica. Il fraseggio è lento, spesso orizzontale, raramente capace di trovare linee di passaggio verticali pulite. E quando si arriva negli ultimi metri, manca quasi sempre la giocata decisiva. Non è solo un problema tattico: è una questione di qualità nelle scelte e nella loro esecuzione.
La ripresa, però, ha mostrato un’altra faccia. Più ritmo, più aggressività, più convinzione. Il Catania ha iniziato a giocare con maggiore continuità nella metà campo avversaria, ha alzato il baricentro e ha dato la sensazione di poter finalmente indirizzare la gara. Il gol di Bruzzaniti nasce proprio da questo cambio di atteggiamento: una giocata più diretta, meno elaborata, che premia l’iniziativa individuale. È il momento in cui la partita sembra girare.
Ed è proprio qui che emergono i limiti più profondi. Perché una squadra che vuole ambire alla promozione non può permettersi di restare in equilibrio dopo aver trovato il vantaggio. Deve saper colpire ancora, deve saper chiudere, deve saper gestire. Il Catania, invece, resta sospeso. Crea, ma non concretizza. Arriva, ma non incide. E così lascia aperta la porta all’avversario.
Caturano, in questo contesto, rappresenta uno dei punti più critici. Il sistema lo isola inevitabilmente in alcune fasi, ma da un attaccante con le sue caratteristiche ci si aspetta molto di più in termini di presenza, di peso dentro l’area, di capacità di trasformare mezze occasioni in pericoli reali. Invece la sua partita è stata intermittente: poco coinvolto nel primo tempo, poco incisivo nella ripresa, mai realmente determinante. E in un modulo che prevede un’unica punta, questo diventa un limite strutturale.
Se l’attacco non chiude la partita, la gestione del vantaggio diventa fondamentale. Ed è proprio qui che arriva l’episodio che indirizza definitivamente il giudizio sulla gara. L’ingresso di Pieraccini, pensato per dare maggiore solidità e protezione, si rivela invece un fattore negativo. L’approccio è troppo leggero, poco reattivo, e lo svarione in fase di impostazione a centrocampo apre una transizione evitabile. Da quell’errore nasce il pareggio del Casarano. Non è solo una questione tecnica: è una mancanza di attenzione, di concentrazione, di gestione del momento.
E questo porta al tema centrale: la mentalità. Il Catania, oggi, è una squadra che alterna buone fasi a passaggi a vuoto, ma soprattutto è una squadra che non ha ancora sviluppato quella capacità di leggere e gestire i momenti della partita. Non ha ancora quel cinismo che permette di chiudere le gare quando si è in controllo. Non ha ancora quella solidità mentale che impedisce di concedere opportunità evitabili.
Il secondo posto, in questo contesto, rischia di essere un dato fuorviante. Non è tanto una questione di posizione in classifica, ma di percorso. Perché ciò che conta davvero è come questa squadra arriverà ai playoff. E oggi la sensazione è che il Catania sia ancora lontano dall’essere pronto per quel tipo di competizione.
I playoff sono un contesto diverso, dove ogni errore pesa il doppio, dove ogni occasione mancata può diventare decisiva. Servono equilibrio, continuità, capacità di gestire la pressione e soprattutto cinismo sotto porta. Tutti elementi che, al momento, il Catania mostra solo a tratti.
Il lavoro da fare è tanto. Sul piano tattico, per rendere il sistema più fluido e meno vulnerabile. Sul piano tecnico, per migliorare la qualità delle giocate negli ultimi metri. Ma soprattutto sul piano mentale, per costruire una squadra che sappia essere concreta, lucida, spietata quando serve.
Il problema è che il tempo non è infinito. Anzi, è proprio la variabile che sta iniziando a pesare di più. Viali ha portato idee e ha dato una direzione, ma la trasformazione richiede rapidità. Perché continuare a restare “belli a metà” può bastare per restare nelle zone alte della classifica, ma difficilmente sarà sufficiente quando la stagione entrerà nella sua fase decisiva.