EDITORIALE - Catania, il 4-0 che rimette in asse identità e ambizioni

19-02-2026 17:00 -

Autore: Andrea Mazzeo

Ci sono vittorie che aggiungono tre punti. E poi ci sono vittorie che rimettono ordine.

Il 4-0 al Trapani non è stato soltanto un risultato largo, né semplicemente una risposta tecnica alle critiche delle settimane precedenti. È stato un atto di riallineamento. Tra la squadra e il proprio pubblico. Tra il campo e la memoria. Tra ciò che il Catania è stato e ciò che ambisce a tornare a essere.

Il prepartita ha raccontato più della coreografia di qualsiasi big match. Nessuna spettacolarizzazione del dolore, nessuna retorica spinta fino all’eccesso. Il ricordo di Orazio Russo è stato trattato con la stessa misura che si riserva alle cose preziose: sobrietà, silenzio, partecipazione. In uno stadio spesso abituato agli eccessi emotivi, la compostezza è stata il primo segnale di maturità collettiva.

Poi il campo. E qui la vera novità non è stata il punteggio, ma la gestione del tempo.

Il Catania non ha giocato una partita isterica, non ha cercato di vincerla nei primi venti minuti per liberarsi di un peso. Ha imposto ritmo e spaziatura, ha accorciato in avanti, ha occupato bene l’ampiezza, ha lavorato sulle seconde palle con attenzione quasi ossessiva. Non una squadra “ispirata”, ma una squadra organizzata. E questa è una differenza sostanziale.

Il primo gol ha sciolto la tensione, ma non ha cambiato il copione. Il raddoppio è arrivato come conseguenza logica di una pressione costante. Nella ripresa, con il Trapani già in affanno strutturale, il Catania ha fatto ciò che le squadre mature sanno fare: ha continuato. Senza abbassarsi, senza specchiarsi, senza cercare l’applauso facile. Il terzo e il quarto gol sono stati figli di meccanismi, non di episodi.

È qui che si intravede un possibile cambio di paradigma. Per mesi si è discusso di identità, di sistema, di uomini. Questa volta si è vista una squadra che ha scelto di essere funzionale prima che brillante. I “pretoriani” di Toscano hanno garantito solidità, ma è stata la panchina a offrire il dato più interessante: subentrati dentro la partita, non ai margini. Partecipi, incisivi, integrati nel flusso.

Eppure, la tentazione di trasformare questa serata in un punto di svolta definitivo sarebbe un errore analitico. Il Trapani è apparso fragile nella gestione delle transizioni e poco strutturato nella fase difensiva posizionale. Un avversario in difficoltà non può diventare la misura assoluta della crescita rossazzurra.

Il vero test sarà la capacità di replicare questa qualità di concentrazione contro squadre più organizzate, più esperte, più strutturate nei duelli individuali. Il calendario non concede illusioni: Giugliano è un passaggio obbligato, Salernitana e Benevento saranno esami di maturità competitiva. In quelle partite non basterà il controllo tecnico, servirà personalità nei momenti di inerzia contraria.

Ma qualcosa, intanto, è cambiato.

Il Catania ha mostrato di aver compreso che l’equilibrio non è un compromesso tra attacco e difesa, ma una postura mentale. Non correre quando non serve. Non forzare la giocata quando il possesso richiede pazienza. Non abbassarsi quando si è in vantaggio. Non cercare l’alibi quando l’avversario cresce.

E poi c’è l’aspetto più difficile da misurare: il rapporto con lo stadio. Quasi sedicimila presenze non sono un dettaglio statistico, sono un ecosistema emotivo. La squadra ha percepito quella energia e l’ha restituita in forma ordinata. Non frenesia, non euforia. Ordine. È un passaggio sottile ma decisivo nella costruzione di una squadra che voglia ambire a qualcosa di più della semplice reazione episodica.

Il calcio, a volte, è un acceleratore di memoria. Trasforma il ricordo in responsabilità. Onorare una figura come Orazio Russo non significa soltanto nominarla, ma interpretarne l’etica: lavoro, appartenenza, coerenza. Il Catania, per una sera, ha incarnato quei valori senza proclamarli.

La vera domanda ora non è se il Catania sia guarito. È se abbia imparato.

Se questa vittoria diventerà un’abitudine metodologica – gestione, intensità calibrata, continuità – allora il 4-0 sarà ricordato come l’inizio di una traiettoria. Se resterà un picco emotivo isolato, sarà soltanto una bella fotografia.

Il campionato non aspetta. La nobiltà, per dirla senza retorica, non si proclama: si dimostra nelle partite che pesano.

Per adesso resta un segnale chiaro: il Catania ha rimesso in asse campo e identità. E quando questo accade, i risultati non sono un caso. Sono una conseguenza.