EDITORIALE – Sorrento indigesto: il Catania si inceppa sul più bello

31-01-2026 23:02 -

Autore: Andrea Mazzeo

La sconfitta maturata al “Viviani” contro il Sorrento non può essere archiviata come un semplice passo falso. Il 3-1 incassato dal Catania ha il sapore amaro delle battute d’arresto che segnano una stagione, perché arriva nel momento più delicato del campionato e rischia di innescare un meccanismo mentale e tecnico pericoloso, al di là delle inevitabili parole di circostanza pronunciate nel dopogara da Mimmo Toscano. Il punto non è tanto la perdita dei tre punti, quanto la sensazione che la squadra abbia smarrito lucidità, personalità e identità proprio quando sarebbe stato necessario alzare l’asticella della maturità.

La gara in programma domani a Caravaggio tra Atalanta U23 e Benevento rende questa sconfitta ancora più pesante: salvo clamorosi epiloghi, il Catania non sarà più padrone del proprio destino nella corsa alla vetta. È vero che il girone di ritorno è ancora lungo e che resta lo scontro diretto al “Vigorito”, ma il campanello d’allarme suona fortissimo. Il Catania visto a Potenza è stato troppo brutto per essere vero, una squadra che dopo il gol del vantaggio ha smesso di giocare, scegliendo una lettura eccessivamente protezionistica della gara e rinunciando progressivamente a comandarla.

L’illusione di un pomeriggio tranquillo è durata appena pochi minuti. Il gol di Forte al 6’ aveva fatto pensare a una gara in discesa, anche in considerazione delle difficoltà recenti del Sorrento, reduce da una crisi di risultati e con un attacco in evidente difficoltà realizzativa. Invece, proprio da quel momento il Catania ha spento i motori. Non ha gestito, non ha imposto ritmo, non ha mostrato quella supremazia tecnica che sulla carta avrebbe dovuto emergere con naturalezza. Al contrario, ha permesso a una squadra modesta ma aggressiva di prendere fiducia e campo, fino a trasformare una partita normale in una vera e propria umiliazione sportiva.

La prestazione difensiva è stata terrificante. I nuovi arrivati Miceli e Cargnelutti hanno offerto un saggio di insicurezza e cattive letture che raramente si erano viste in stagione. Errori di posizionamento, coperture saltate, duelli persi con leggerezza hanno messo in costante difficoltà l’intero impianto difensivo. Ma sarebbe ingeneroso limitare le responsabilità al solo reparto arretrato. Il problema è stato collettivo. Il centrocampo ha perso troppe seconde palle, ha sofferto l’intensità degli avversari, non è mai riuscito a dettare tempi e geometrie. La fase di costruzione è apparsa lenta, prevedibile, priva di fosforo, affidata unicamente alla speranza che qualche giocata individuale potesse accendere la luce in una partita che stava progressivamente sfuggendo di mano.

Il Sorrento non ha fatto nulla di trascendentale. Ha giocato una partita semplice, lineare, aggressiva, sfruttando le debolezze di un Catania confuso e fragile. E proprio questo rende il ko ancora più difficile da digerire. Una squadra che punta alla promozione diretta non può apparire così vulnerabile contro un avversario che, fino ad oggi, era in profondissima crisi. Eppure, di fronte alla pochezza etnea, i costieri sono sembrati avere il doppio della forza, della fame e della personalità.

Si è trattato probabilmente della peggior prestazione stagionale, persino più brutta di quella già disastrosa di Cosenza. Ma con una differenza sostanziale: questa arriva in un momento molto più decisivo della stagione. È una sconfitta che pesa come un Tir in corsa, perché toglie certezze, rompe equilibri e consegna al campionato un Catania meno sicuro di sé e meno padrone del proprio futuro.

Preoccupa soprattutto il rendimento esterno. Il Catania lontano dal “Massimino” non è una squadra da promozione diretta. I numeri parlano chiaro: andamento da centro classifica, personalità insufficiente per imporsi sui campi difficili del girone C. Troppi duelli persi, troppe letture sbagliate, troppe seconde palle concesse, troppa superficialità. Una capolista non può permettersi partite di questo tipo se vuole davvero restare tale.

Anche le scelte iniziali di Toscano meritano una riflessione. La formazione proposta a Potenza è apparsa distante dall’identità costruita nel tempo: difesa inedita, Lunetta esterno sinistro al posto di Donnarumma, coppia offensiva con D’Ausilio e Forte supportata da Jiménez. Sembrava quasi una risposta a chi invoca più coraggio offensivo, ma l’esperimento non ha pagato. Il Catania ha una sua fisionomia precisa, una razionalità tattica che non può essere sacrificata in nome di soluzioni estemporanee. Gli esperimenti, soprattutto in un momento così delicato, rischiano di trasformarsi in boomerang.

Dopo il pareggio del Sorrento, che avrebbe dovuto rappresentare un campanello d’allarme definitivo, la squadra non ha reagito. Ha continuato a perdere palloni in mezzo al campo, a subire l’aggressività avversaria, a muoversi con lentezza e confusione. Nemmeno i cambi hanno prodotto la scossa attesa. Grande qualità sulla carta, ma pochissima lucidità in campo. Il terzo gol nel finale è stato solo la certificazione di una gara interpretata male dall’inizio alla fine.

L’unica vera vittoria al “Viviani” è stata quella dei più dei supporters etnei presenti sugli spalti, straordinari nel sostenere la squadra fino al 97’. Hanno trasformato una trasferta in una partita quasi casalinga, e non meritavano uno spettacolo del genere. A loro, prima ancora che alla classifica, il Catania deve una risposta immediata.

Adesso non servono processi né tragedie, ma nemmeno minimizzazioni. Serve compattezza, ma anche analisi onesta. È molto probabile che Benevento e Salernitana facciano bottino pieno, e questo renderà ancora più evidente la portata di questa debacle. Il campionato non è finito, ma il “bonus” del girone di ritorno sembra già speso.

La speranza è che si sia trattato di uno scivolone isolato da riscattare subito al “Massimino” contro il Trapani. Ma questa partita non può essere archiviata come un incidente di percorso. Deve diventare una lezione. Perché se non si comprenderanno fino in fondo le ragioni di un crollo così netto, il rischio di avviare un ciclo autodistruttivo è concreto. E una squadra che ambisce alla promozione diretta non può permettersi di perdere prima la testa, e poi la vetta.